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Avvenire - 27 gennaio 2004
CLASSE DIRIGENTE: VOLPI O LEONI?
Come uscire dalla crisi delle élites nel nostro paese: a confronto ieri a Milano imprenditori, intellettuali e uomini politici, in riferimento alla famosa alternativa posta da
Machiavelli.
Raffaele Mattioli, l’indimenticato banchiere umanista, era solito denunciare il dramma di un Paese alla disperata ricerca di una classe dirigente degna di questo nome, attrezzata sul piano culturale a reggere le sfide del futuro. Nella sala Convegni di BancaIntesa, erede della Comit di Mattioli, esponenti dell’intellighenzia nazionale chiamati a raccolta da “Società Libera” hanno tentato ieri di fare il punto sullo stato di saluta e sulle prospettive della classe dirigente italica muovendo dalla riflessione paretiana sulla circolazione delle élite, costretti a prendere atto che le preoccupazioni di Mattioli sono vive ed attuali. Il Paese, cioè il sistema-Italia, hanno concordato gli interventi (uomini di cultura, giornalisti, imprenditori), ha bisogno di una mobilitazione delle coscienze per uscire da una intollerabile condizione di torpore, mentre in parallelo la voglia di partecipazione e di cittadinanza devono essere rivitalizzante.
Quale il possibile identikit della nostra classe dirigente? Per essa è tempo di volpi o piuttosto tempo di leoni? Il riferimento all’alternativa di Machiavelli che “Società Libera” (aggregazione di esponenti del mondo accademico e dell’imprenditoria che ambisce ad incidere sui processi di trasformazione della società) ha posto al centro delle tematiche del convegno non ha impedito di riconoscere che il problema è un altro, individuabile nella debolezza strutturale delle élites, un atonia così evidente da rendere problematico lo stesso rapporto élite-democrazia, «con quest’ultima permanentemente in bilico – ha sottolineato Alberto Martinelli aprendo il confronto a più voci – tra populismo e la tecnocrazia». È vero, non dovrebbe essere tempo né di volpi né di leoni, non dovrebbero trovare spazio né coloro che usano l’astuzia e la frode nell’esercizio del potere, né quanti pensano di risolvere i problemi con la forza. Ma il quadro complessivo è a tinte fosche, non solo per le ultime vicende che hanno investito come un ciclone ambienti industriali e della finanza. Un paese che vuole presentarsi come liberale, mentre la sua società continua ad essere fatta di corporazioni, è costretto a pagare – ha messo in evidenza Michele Salvati – il prezzo della frattura ideologica che ha spaccato l’Italia per 40 anni, che ha impedito le riforme e ha creato un imponente arretrato di occasioni perdute. «Colpa di una classe dirigente che ha puntato più sui valori contrapposti che sui valori condivisa». Così l’Italia scivola indietro. Salvati ha ricordato che il reddito pro-capite è tornato sui livelli reali del 1971-72. Agostino Carrino ha messo in guardia contro il semplice definirsi liberali, « il che non garantisce che la propria politica sia liberale», soprattutto se si coltiva la pratica di vedere nell’avversario politico colui che limita la nostra libertà. Ferruccio De Bortoli che dalla plancia di comando del Corriere della sera ha avuto infinite opportunità di scrutare tra le pieghe di una società che ha perso coraggio, ha puntato il dito contro “la borghesia ex-produttiva”, la stessa che si è chiamata fuori, che ha delegato, che ha preferito non vedere, «che si è sostanzialmente prepensionata». Un’altra grande firma della carta stampata, Piero Ostellino, non ha risparmiato strali all’élite del giornalismo, definita semplicemente “camaleontica”. Uscirne? «Mancano i maestri, mancano le scuole di formazione, manca la trasmissione di esperienze e di sapere». Incontestabile la diagnosi di Anna Maria Artoni, presidente dei giovani industriali: anche per la classe dirigente, che non può nascere dal nulla, il processo di acculturamento rappresenta il punto focale, il momento clou. Lo aveva indicato in apertura del convegno Vincenzo Olita, ricordando come manchi totalmente una selezione della classe dirigente soprattutto in politica, «dove l’elettore sceglie quello che in altra sede è stato già deciso», mentre il liberalismo vero, che deve possedere innanzitutto un fondamento etico, ha bisogno di “poche regole chiare e possibilmente condivise”. Una linea ribadita da Dario Antiseri : “La soluzione del conflitto richiede competenze che sono il frutto di un funzionante sistema formativo rispetto al quale non deve essere estranea la logica della competizione”.
Meglio le volpi o i leoni dunque, nel corpo della classe dirigente? “La perfezione di un politico dovrebbe stare nell’essere metà l’uno e metà l’altro come diceva Machiavelli” ha tagliato corto Marcello Veneziani, “Solo volpi o solo leoni producono di solito regimi. Io poi spesso vedo in giro camaleonti e sciacalli”.
IL VESCOVO FISICHELLA: VOLARE ALTO COME LE AQUILE
Selezione? «Nella scelta della classe dirigente sarebbe opportuno parlare di discernimento», sottolinea Monsignor Rino Fisichella, relatore al convegno promosso da “Società Libera”. «Ci sono principi fondamentali ai quali possiamo ispirarci tutti quanti. Da essi deve partire il lavoro che va fatto.» Come Rettore della Pontificia Università Lateranense il Vescovo Fisichella nel suo intervento non ha svolto un’analisi politica, ha indicato un percorso, ha suggerito una serie di riflessioni.
Intende parlare di principi attorno ai quali possono incontrarsi anche i non cattolici, i non credenti? «Certo. Penso per esempio al principio ed al valore della lealtà, con tutte le sue implicazioni. Penso al valore della responsabilità nei confronti della cosa pubblica, oppure alla centralità della persona. Gli elementi che costituiscono quello che viene usualmente indicato come bene comune non possono non essere condivisi».
Il convengo veramente, è centrato sulle problematiche della classe dirigente italiana. «Sarebbe singolare che si lavorasse solo per la formazione di una classe dirigente che proiettasse l’attenzione tutta su temi interni, nazionali. In una stagione che assiste all’allargamento degli orizzonti all’Europa e al resto del mondo la classe dirigente deve essere in grado di guardare a livello planetario senza rinchiudersi in provincialismi di sorta».
Monsignore, qui si parla di tempo di volpi o di tempo di leoni, Lei ha detto che preferisce parlare di tempo di aquile, che significa?
«L’aquila può fissare il proprio sguardo nel sole, è un animale di grande lungimiranza. Servono élites lungimiranti per scrutare il futuro. Se posso fare un’altra metafora sfruttando un animale, chiamerei in causa l’elefante. Non c’è profonda intelligenza che non sia sorretta da una grande memoria. La memoria è quello che ci serve, guai se un dirigente ne difettasse, vorrebbe dire che parte sempre dal proprio presente, ma non ha futuro.»
Antonio Giorgi
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