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il Riformista - VENERDI' 24 OTTOBRE 2003
OMAGGI . SERGIO RICOSSA, CAPITAN NEMO DEL LIBERALISMO
di Andrea Mingardi
Libertà, la più stuprata delle donne
Qualche anno fa, Sergio Ricossa si lasciò scappare che a indirizzarlo sulla via del liberalismo, prima di Einaudi e Pareto, di Smith e Hayek, era stato Jules Verne con Ventimila leghe sotto i mari. Come dire che la libertà, alla radice, è quella del capitano Nemo, la libertà di montare su un sommergibile e dichiarare guerra all'ipocrisia; nel caso del professor Ricossa, è la libertà che si'insegna da una cattedra pirata, senza smorfie professionali e feluca accademica. Lui è così. Non è tipo da premi, che in Italia sono riti complessi e sussiegosi, dove pelo e contropelo lo devi fare al giudice, non ai randagi dell'università. E' una sorpresa che l'associazione Società Libera e il Comune di Capri abbiano deciso di conferirgli di recente un Premio Internazionale alla Liberta', e mai riconoscimento fu più giusto, doveroso e tagliato su misura. Assieme a Ricossa, per l'economia, sono stati premiati Dario Antiseri per la cultura e il compianto Carlo Urbani per la ricerca scientifica.
Stupisce si sia dovuto attendere tanto. Anche se oggi la frizzante prosa ricossiana non rinfresca più i lettori del Giornale (come era stato ai tempi di Montanelli e di Feltri, dopo la chiusura della Voce), Ricossa al limite lo si può mettere tra parentesi, far finta che non ci sia, ma è difficile ignorarne i contributi. Non è soltanto una questione di prestigio, che gli viene dall'essere membro dell'Accademia dei Lincei piuttosto che della Mont Pellerin Society ( l'internazionale dei liberali fondata da Hayek). Né c'entra soltanto il suo stile: pulito, essenziale, arguto, debitore ad anni di frequentazioni anglosassoni, e in cui pure s'affaccia lo spirito irriverente dei libertini. E' l'una cosa e l'altra e, assieme, la maturità di un pensiero che si è sviluppato in un confronto serrato coi suoi obiettivi polemici. Se Ricossa oggi è noto soprattutto come autore di saggi dal titolo sarcasticamente perentorio, tipo Maledetti economisti, scanzonati j'accuse all'indirizzo dei colleghi, i suoi primi passi come scienziato sociale furono proprio in econometria, ch'è la branca più dismal della dismal science. Anni e anni di riflessione su Sraffa e gli sraffiani, culminati con la pubblicazione, nel 1981, della Teoria unificata del valore economico, dove Ricossa regola i conti col torinese di Cambridge. Economista di tradizione neo-classica, grazie all'incontro con la scuola austriaca di Menger e Mises, Ricossa ha maturato tutta un' altra comprensione dei mercati, che non s'irrigidisce nella teoria dell'equilibrio. Più di recente, questo "minuscolo philosophe liberista intellettualmente spregiudicato" (copyright Edmondo Berselli), sul terreno della teoria politica è arrivato ad approdi un tempo impensabili. Da liberale, è diventato libertario.
"Cinquant'anni fa mi pareva sufficiente dichiararmi, a richiesta, liberale einaudiano", scrive in un testo illuminante del 1999, solo perché "l'ingenuità della giovinezza m'impediva di pensare che la libertà fosse la più stuprata delle donne e il suo stupro fosse il più impunito dei delitti". Quasi una legge della storia, che unisce dittatura e democrazia.
La svolta di Ricossa ha sorpreso alcuni dei suoi vecchi amici, che lo sanno tranquillo e pacato, la giacca tre bottoni e il gatto sulle ginocchia, stra-borghese come il titolo di un suo panphlet del 1980. L'anarchico lo si immagina un po' musicista di strada, un po' guerrigliero sub-urbano. Ma gli anarco-individualisti sono di un'altra razza. Sono, semplicemente, liberali che hanno fatto i conti, come Ricossa, col più glorioso fallimento del liberalismo classico. Una filosofia che mirava a una rigida limitazione del potere politico, ma non è riuscita nell'impresa, riducendosi al massimo a sovrastruttura ideologica di uno stato che minimo non è. Anche Reagan e Thatcher, per Ricossa, "Non hanno fatto cose francamente illiberali". Sarà per questa ammissione candida candida che, una volta, Liberazione si risolse a definirlo "economista alla destra di Gengis Khan". Più che alla destra di Gengis Khan, o alla sinistra di Tamerlano, Ricossa sta nel club, davvero eslusivo, di chi non vanta appartenenze di sorta, e non per snobismo: per pudore. Il libertario ha pudore, anzi vergogna, di vestire la casacca di questo o quel partito. "A noi basta salvarci l'anima, esserci schierati per la libertà ad oltranza, avere indicato inequivocabilmente i nemici eterni della libertà". Ricossa oggi passa più tempo a dipingere che a scrivere: soprattutto paesaggi, spesso d'intensa melanconia, di rassegnata quiete. Il Cidas di Torino ha organizzato una sua piccola personale: gli acquerelli sono andati a ruba, l'artista vale.
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