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IL FOGLIO QUOTIDIANO - venerdì 16 novembre 2001

Tre palle, un soldo
In Italia cresce un deficit, quello della cultura liberale
Giustizia, Borsa, mercati burocrazia
Il rapporto annuale di Società Libera

Libertà va cercando ch'è sì cara... Tocca scomodare padre Dante per scoprire, qualche secolo dopo, che nel nostro paese la cultura liberale ha fatto poco cammino. Cultura liberale si intende, nella accezione più ampia del termine, quella che si traduce in liberalizzazione dei settori protetti e in crescita di libertà economica e in maggiore rispetto dei diritti dei cittadini da parte dello Stato e dei suoi organismi, dal campo del welfare a quello della giustizia. A misurare il percorso delle libertà ci pensa, con un Rapporto annuale, la Società Libera, che non è un'accolita di sognatori di spaore vagamente anarchico, ma un organizzazione nata nel marzo del 1998 attraverso l'impegno di esponenti del mondo accademico e imprenditoriale e che ha come presidente Franco Tatò. Ebbene, nel suo secondo Rapporto sono stati radiografati dieci settori del vivere civile e del vivere politico, e sono stati messi sotto il microscopio i vincoli e le pastoie che ancora li inchiodano. Risultato finale: prognosi riservata. E la malattia dell'Italia si chiama eccesso di vincoli, eccesso di sussidi, eccesso di invadenza della macchina pubblica. 
Per considerare raggiunto un grado di libertà almeno pari a quello dei paesi europei con cui ci misuriamo ogni giorno, dovremmo intraprendere delle riforme che non sono ancora neanche avviate. Un esempio agghiacciante è quello del settore giustizia, che merita la maglia nera tra tutti quelli presi in esame. Ebbene, il tempo necessario per chiudere una procedura fallimentare è di 6 mesi in Germania, 7 nel Regno Unito, 8 in Francia, 6 in Italia: ma non sono mesi, sono anni. Che dire poi del welfare, dove enormi risorse vengono utilizzate in un sistema che non innova, e non è in grado di venire incontro alle nuove necessità del vivere sociale? E vogliamo parlare della libertà economica, quella di cui negli ultimi anni tutti si sono riempiti la bocca? 
Qui, il terremoto c'è stato ed è stato tutt'altro che debole. Gli anni 90 hanno visto nel nostro paese profonde trasformazioni, a cominciare dal settore del risparmio. Il Bot people, infatti, ha scoperto la Borsa. Dopo essere stato immobile per anni sui titoli di Stato, che davano alti rendimenti, il piccolo risparmiatore ha dirottato i suoi quattrini prima nel risparmio gestito, affidandolo ai fondi, poi ha deciso che poteva fare da solo. Si dirà: ma questo è un chiaro cammino verso una maggiore libertà.
La chimera della trasparenza dei mercati 
La Borsa, dal conto suo, si è ampliata, è cresciuta in numero di titoli quotati e in capitalizzazione. Ma possiamo anche dire che questo processo ha innescato quell'altro, indispensabile, di una maggiore trasparenza del mercato? Niente affatto. A ben analizzare ciò che il listino italiano propina al povero risparmiatore, la qualità è scarsa: la prima preoccupazione degli imprenditori che chiedono soldi al mercato è di evitare la contendibilità delle società, di allungare le catene di controllo in modo da disporre del comando con il solito gioco delle scatole cinesi, di giocare a nascondino con le autorità di controllo attraverso gli schermi delle holding e delle subholding. E le autorità di controllo che strumenti hanno? La legge Draghi sulla corporate governance è stata salutata come una grande conquista. E sulla carta lo è. Ma la sua applicazione ha presto smorzato molte illusioni. Perché? Perché il nostro non è un paese di cultura anglosassone, e l'abitudine a evitare controlli, ad aggirare le leggi e le norme, è di quelle che non si perdono facilmente. Così, anche in questo settore dove la libertà pareva più avanzata, il bilancio diventa negativo. Se si guarda in direzione della Consob, che dovrebbe tutelare i risparmiatori, non ci sono maggiori motivi di speranza: un sintomo significativo è l'arma spuntata dell'inchiesta sull'insider trading, che è il paradigma delle assimetrie del mercato, a danno dei piccoli investitori.
I casi in cui le inchieste sono andate a buon fine, con la punizione dei colpevoli, si contano sulle dita di una mano. E nel 2000, l'anno del boom di Borsa, le nuove istruttorie in questa materia sono state inferiori a quelle del 1999. Certo, non tutto è negativo. E' andato avanti un processo di liberalizzazione che ci ha fatto sorpassare la Francia quando a presenza dello Stato nell'economia. 
E non ci sono più quelle barriere ideologiche che in passato hanno frenato l'uscita della mano pubblica dalle leve del comando. Ma la Società Libera non può che chiudere amaramente il suo secondo rapporto. Il deficit di cultura liberale è ancora alto.
E in qualche caso, nella classe dirigente, sta addirittura crescendo.

Enrico Cisnetto 

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