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IL SOLE 24 ORE - giovedì 15 novembre 2001
Il 2° rapporto di Società Libera fotografa criticamente lo stato delle liberalizzazioni
<<Cresce il deficit di cultura
liberale>>
Negli ultimi 5 anni l'economia in Italia si è aperta ma resta ancora indietro nella Ue
Roma - Un'indagine condotta da esperti e studiosi per valutare criticamente lo stato effettivo della liberalizzazione nel nostro Paese, i risultati raggiunti, i vincoli e soprattutto, quanto rimane ancora da fare. Dieci settori presi in esame, dalla finanza all'economia, dal lavoro alle privatizzazioni, dalla cultura alla comunicazione, dal sistema giudiziario - che conferma il trend negativo e il gap con gli altri sistemi europei, inefficienza e tempi processuali biblici - ai diritti e el garanzie.
Il tutto inquadrato in una riflessione sullo stato attuale del sistema politico. E' questa la "filosofia alla base del "2° Rapporto sul processo di liberalizzazione della società italiana", che Società Libera" presenta domani a Roma.
Il Rapporto, coordinato da Giuseppe de Vergottini, ricco di dati e di spunti con qualche "provocazione", rappresenta, nelle intenzioni dei suoi promotori, anche l'occasione per un confronto con la classe dirigente e per un dibattito interno alla stessa Società Libera e, più in generale, all'universo culturale liberale. Come era già stato evidenziato nell'indagine sulle liberalizzazioni dello scorso anno, il deficit di cultura liberale del Paese sembra infatti persistere e addirittura crescere. Di fronte ai mutamenti internazionali, dalla globalizzazione alla crisi economica seguita agli attentati terroristici, il liberalismo, e non solo in Italia, ha subito non pochi contraccolpi negativi e appare in questa fase poco attrezzato per fare fronte alle nuove sfide. In luogo di illusorie celebrazioni sulla sua presunta definitiva "vittoria", occorre oggi, più ancora che in passato, ovvero prima della caduta del Muro di Berlino, promuovere riflessioni e dibattiti che ne rimettano criticamente in discussione il ruolo e le capacità.
Da quando è nata, nel marzo '98, Società Libera, attraverso l'impegno di esponenti del mondo accademico e imprenditoriale, del presidente Franco Tatò e del direttore Vincenzo Olita, così come di un comitato scientifico che annovera alcuni tra i maggiori esponenti del liberalismo italiano, ha avvertito l'esigenza di contribuire all'arricchimento del dibattito culturale e al processo di trasformazione della società italiana.
In questa ottica il rapporto sul processo di liberalizzazione della società italiana offre un importante contributo. Oltre alla giustizia, sicuramente "maglia nera" dei settori presi in esame - significativo ad esempio, il tempo necessario per chiudere una procedura fallimentare: sei mesi in Germania, sette nel Regno Unito, otto in Francia, contro sei anni in Italia - il capitolo dedicato a Welfare e lavoro, curato da Giuliano Cazzola, mostra qualche luce, ma ancora molte ombre. Nel campo dell'assistenza, ai diritti riconosciuti continua a non corrispondere un adeguato piano di risorse dal lato del finanziamento e appare quantomai necessario riconvertire la spesa sociale per poter realizzare politiche più moderne e innovative. Quanto alle politiche pubbliche e ai processi di liberalizzazione, secondo il rapporto, l'anomalia del caso italiano si riflette non solo nelle dimensioni eccessive del peso dello Stato, in termine di trasferimenti, sussidi, prelievo fiscale, rilevanza delle imprese pubbliche, ma anche nel costo, difficilmente osservabile, con la macchina statale, con le sue procedure e suoi percorsi decisionali, impone a cittadini e imprese.
Nell'ultimo quinquennio, comunque, il grado di libertà economica in Italia è progressivamente cresciuto, restando ancora inferiore a Usa, Gran Bretagna e Germania, ma superiore a quello francese.
Sempre alta e in continua crescita è invece l'incidenza dell'economia sommersa, al 28.5 in percentuale sul Pil nel 2000, contro il 13.3 della Gran Bretagna e circa il 16 di Francia e Germania.
Per quanto riguarda il processo di privatizzazioni, a nove anni dall'avvio del programma molto resta ancora da cedere, in termini sia di partecipazioni di controllo, sia di quote minoritarie. Oggi non si avvertono quelle barriere ideologiche, sociali e strutturali che negli anni Novanta hanno reso arduo il cammino verso le privatizzazioni, ma è venuta meno la forte spinta esterna ad andare avanti. Rimane invece una pressione indiretta, che deriva dall'inarrestabile processo di apertura dei nostri mercati, e che non necessariamente nel breve periodo spinge a ricercare maggiore efficienza e competitività a livello di impresa e di sistema.
Luca Ostellino
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