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IL GIORNALE - Martedì 27 gennaio 2004
TEMPO DI <<VOLPI>> O TEMPO DI <<LEONI>>?
La vocazione al bene comune obbiettivo della nuova politica
SIMONA PISONI
È il tempo delle volpi nella classe dirigente del terzo millennio. Il Duemila punta tutto sulla furbizia, ai danni della forza chiara e visibile simboleggiata dai leoni. È infatti il titolo del convegno organizzato ieri da <<Società
Libera>>,
L'etica della responsabilità al centro del convegno di
Società Libera
nella sala convegni di BancaIntesa, era <<Classe dirigente. È tempo di volpi o tempo di leoni?>>. Molti relatori al microfono dopo l'apertura dei lavori, a cura del presidente Vincenzo Olita: tra gli altri Domenico Fisichella, Michele Salvati, Marcello Veneziani, Salvatore Carrubba, Ferruccio De Bortoli e Piero Ostellino. Politica, Chiesa, burocrazia, università, cultura, informazione e imprenditoria erano largamente rappresentate per dare vita a un dibattito che identificasse fisionomia e ruoli della classe dirigente attuale.
E la lontananza dall'italianissima teoria delle élite nata proprio nel nostro Paese si riconosce nitidamente. Se allora si teorizzava una minoranza che, di fatto, prendeva il sopravvento sulla maggioranza assumendo il timone del governo a discapito di quest'ultima, nel convegno di ieri questa posizione, tratteggiata agli inizi del '900 da Gaetano Mosca prima e da Vilfredo Pareto dopo, mostrava le sue rughe. La classe dirigente si è allargata fino a coinvolgere all'interno di sé stessa anche rami originariamente estranei: i relatori di Società Libera hanno evidenziato che l'attuale élite alle redini del Paese non è composta solo dalla classe politica ma anche dalla Chiesa, dalla burocrazia, dall'informazione e dalle università. Tutte realtà importanti che mostrano, ad eccezione del ramo religioso, una comune carenza di fondo: la mancanza di formazione.
<<Tranne la comunità ecclesiastica - spiega Olita - che vanta una grande capacità di formare i propri dirigenti, gli altri rami non hanno una così raffinata "scuola". E per quanto riguarda la classe politica non si può certo considerare formativo il momento elettorale. All'atto della sua elezione il candidato va considerato già di fatto "preparato" per il compito che sta andando a ricoprire. Una chiave di lettura simile può essere fatta per il giornalismo, attento a rincorrere una quotidianità di piccole cose ma spesso proprio per questo insensibile ai grandi temi dell'attualità che richiederebbero un maggior racconto>>.
Dal convegno insomma emerge il quadro di un'Italia che tende a chiudersi a riccio in una sorta
Vincenzo Olita:
<<Tutte le élite, tranne la Chiesa, hanno carenza di
formazione>>
di individualismo tocquevilliano dove però non è più il singolo a essere il fulcro delle decisioni sulle proprie forme di libertà quanto tronconi della classe dirigente. <<La società attuale ha assoluto bisogno di uno scatto di reni in funzione di un traguardo: le parti politiche - aggiunge Olita - non ammettono le sconfitte ma tendono soltanto a identificare in quale schieramento ci si pone. Per questo l'associazionismo in generale e "Società Libera" in particolare devono rivendicare la propria imparzialità instillando, sulle orme di Karl Popper, il dubbio più che rivendicare certezze>>. È insomma una fase interlocutoria in cui il liberalismo si interroga sulle sue sconfitte e le sue vittorie e soprattutto sui tentativi di frenare il rischio di un ritorno dello statalismo attraverso la moltiplicazione delle verifiche. Controllori e controllati sono due sfere da mantenere distinte purchè gli organi a cui appartengono i primi non si riproducano a dismisura, provocando una globale deresponsabilizzazione che culmina con l'annullamento di ogni controllo.
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