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DARIO ANTISERI

Domanda: Professor Antiseri, quali resistenze ha dovuto superare nei primi anni settanta quando, ancora giovane, cercava un editore per la principale opera politica di Popper, La società aperta e i suoi nemici?

Risposta: Non credo sia il caso di tornare su questa piaga della nostra cultura. Sì, si tratta di una vera piaga - di una piaga di una cultura chiusa che pervicacemente si era arroccata attorno a dogmi ritenuti indiscutibili, e che ha imprigionato la gran parte degli intellettuali procurando danni morali e politici. In ogni caso, per rispondere alla sua domanda, fu allora difficile trovare un editore per l'opera politica di Popper.
L'anno accademico 1963-1964 l'avevo trascorso all'Università di Vienna, dove avevo frequentato le lezioni di logica tenute dal professor Kurt Christian e le lezioni di filosofia della scienza tenute dal professor Bela von Juhos - già assistente di Schlick negli anni Trenta e membro del Circolo di Vienna. Nei primi mesi del 1964 Juhos e Victor Kraft invitarono Popper a tenere alcuni seminari. Io partecipai a due di questi seminari. E fu in quella occasione che conobbi Popper di persona.
Tornato in Italia, alla fine del 1964 cominciai ad interessarmi per la pubblicazione della Società aperta. Non conoscevo editori. E i docenti con i quali ebbi modo di scambiare qualche parola sull'opera politica di Popper dimostrarono il più sincero disinteresse: si trattava di un "neopositivista" e, per giunta, "reazionario".
Dopo un soggiorno di qualche mese a Monaco di Baviera, nel 1966 mi recai per alcuni semestri a Münster e da lì passai poi a Oxford dove ebbi la fortuna di seguire Gilbert Ryle. Nel frattempo, in tutto questo periodo, avevo raccolto libri, note su Popper teorico della politica e metodologo delle scienze sociali.
Rientrato in Italia, mi diedi nuovamente da fare per trovare un editore che si convincesse a pubblicare La società aperta. Era come andare a sbattere contro dei muri. Nulla da fare. Un arrogante disinteresse, intriso di ignoranza ed ironia, circondava l'opera politica di Popper.
Tramite Pietro Prini e Mauro Laeng, a Roma, ebbi modo di entrare in contatto con Armando Armando, un editore "libertario" non allineato, attento alle voci intelligenti, fossero queste laiche, cattoliche o anche marxiste. Armando prima mi ascoltò, penso, con pazienza; poi con interesse. Successivamente fu lui a cercarmi per sapere di più su Popper. Volle saperne di più, perché qualcuno - che allora contava, e molto - l'aveva sconsigliato a pubblicare La società aperta. Armando capì subito che si trattava di un'opera troppo importante; e la pubblicò: "è un'opera controcorrente, necessaria per il nostro Paese". I decenni successivi hanno dato ragione all'intelligenza e al coraggio di un editore che, a differenza di molti altri, non si era inginocchiato di fronte all'egemonia culturale.

D. Lei è stato protagonista della lunga battaglia per far conoscere ed apprezzare il pensiero di Popper in Italia quando il clima culturale e politico era assai differente dall'attuale. Che cosa pensa dell'odierna situazione che vede l'eredità di Popper non solo ormai accettata dalla nostra intellighenzia, ma perfino contesa da intellettuali di destra e di sinistra?

R. Il fatto che l'eredità di Popper sia ormai non solo accettata dalla nostra intellighenzia, ma addirittura contesa da intellettuali di destra e sinistra sta semplicemente a significare che Popper ha vinto e che gli altri - a destra e a sinistra, e anche al centro - hanno perso. Hanno perso i totalitari di destra; è finito l'incubo del totalitarismo di sinistra. Ma hanno perso pure i conservatori, quanti cioè rifiutano il principio che, invece, caratterizza i liberali: il principio della competizione - un meccanismo, come ha insegnato Hayek, che porta alla scoperta del nuovo. La scienza avanza attraverso la competizione tra idee; la democrazia è competizione tra proposte e progetti politici; la libera economia è competizione di mezzi e servizi sul mercato. Scienza, democrazia e mercato sono animati dal grande principio della concorrenza. La competizione è civiltà, è l'Occidente. E chi osteggia il principio della competizione deve aver chiaro che ha fatto una scelta: ha scelto la via della schiavitù, il ritorno alla caverna.
E ancora un punto di enorme rilievo. Oggi in Italia è difficile incontrare un politico o anche un intellettuale che non si definisca liberale. Ormai tutti o quasi tutti (con pochissime eccezioni) si schierano ufficialmente dalla parte del "mercato". Per i sostenitori della libertà la situazione, dunque, parrebbe la migliore. E, tuttavia, le cose non stanno affatto così. E non stanno così perché quando si passa dalle parole ai fatti, allorché si giunge alla proposta di misure legislative o alla realizzazione di progetti economici, la moltitudine dei presunti liberali getta la maschera e si trasforma in una turba di statalisti, incapaci di assumere rischi e responsabilità, assetati di privilegi, con sulla bocca, ad ogni momento, la parola "solidarietà" e con gli artigli da rapaci nei quali si è scatenato un irrefrenabile istinto predatorio. Gli anni appena trascorsi ci hanno mostrato tante "personalità" che predicavano la solidarietà e praticavano la rapina; sempre pronti, comunque, a fare del "bene" a spese degli altri.
Statalisti a destra, statalisti al centro, statalisti a sinistra: sostenitori del liberalismo a parole, e feroci avversari della competizione nei fatti. Basta per accertarsene quanto sta capitando nel mondo della scuola e della sanità. In Italia, né a destra né a sinistra e neppure all'interno di gran parte del mondo cattolico si intende introdurre la competizione nel sistema scolastico e nel sistema sanitario. Questi due settori di servizi tanto urgenti per tutta la società vengono lasciati preda di un monopolio statale che necessariamente ne devasta efficienza e qualità.
Fu Pierre Gassendi a sentenziare che non basta dire di aver ragione per avere veramente ragione. E, analogamente, non basta dire di essere liberale per essere veramente liberale. E noi abbiamo una linea di demarcazione per decidere tra chi è liberale e chi non lo è; tra un provvedimento liberale ed uno illiberale. Se un provvedimento amplia la possibilità di scelta dei singoli individui è liberale, altrimenti non lo è. Ed ecco Karl Popper: "Per "liberale" non intendo una persona che simpatizzi per qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità".

D. Quale aspetto della filosofia sociale di Popper ritiene che meriti una maggiore attenzione oggi: le riflessioni sulla società aperta, la filosofia delle scienze sociali, o altro?

R. L'importanza della filosofia sociale di Popper risiede, a mio avviso, nell'aver fondato la società aperta sui tratti caratteristici dell'homo liberalis, individuati in un approccio di natura epistemologica.
L'homo liberalis è, nella concezione di Popper, una persona consapevole della propria e dell'altrui fallibilità, e della propria e dell'altrui ignoranza; l'homo liberalis, sapendo che "il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente", non si pone la domanda chi deve comandare?, cerca piuttosto di rispondere alla domanda di come controllare chi comanda?; contro lo statalismo il liberale è liberista: difende l'economia di mercato, non solo perché questa genera il massimo benessere, ma soprattutto a motivo del fatto che senza economia di mercato non può esistere nessuno stato di diritto - e difatti "chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini". Il liberale rifiuta l'idea liberticida, stando alla quale sopra all'individuo ci sarebbe qualche altra entità - come, per esempio, lo stato, il partito, la classe, ecc. - autonoma e indipendente dagli individui: esistono solo gli individui. Il liberale sa che la (presunta) società perfetta è la negazione della società aperta: in ogni utopista sonnecchia un capitano di ventura. Il liberale non è un conservatore: il conservatore teme le novità; il liberale, invece, assume la concorrenza come procedimento di scoperta del nuovo. Il liberale non è un anarchico, non è un libertario: il liberale non pensa che non ci siano funzioni e compiti da affidare al governo. Il liberale, diversamente dai costruttivisti, sa che non tutte le istituzioni e non tutti gli eventi storico-sociali sono esiti di piani intenzionali - si danno, infatti, le inevitabili conseguenze inintenzionali di azioni umane intenzionali. E pertanto il liberale è avverso pure alla teoria cospiratoria della società, stando alla quale tutti gli eventi sociali negativi sarebbero frutto di cospirazioni o congiure ordite da nemici o comunque da individui malvagi - la verità è che possono esistere cause senza colpe, riuscite senza merito. Il liberale difende, contro lo stato onnivoro, i corpi intermedi e le istituzioni volontarie. Il liberale sa che il mercato - al pari della scienza - è sempre innocente: se qualcuno realizza profitti vendendo armi o spacciando droga, colpevole non è il mercato, colpevoli sono quelle persone che vendono o comprano armi o droga e disumana è la loro etica. Da riformare, in questo caso, non è dunque il mercato, ma l'etica; e inefficaci sono stati profeti, maestri e predicatori. Né è da pensare che il mercato neghi la solidarietà. La Grande Società - ha insegnato, tra altri, F. A. von Hayek -, non solo può essere solidale perché è ricca; essa deve essere solidale perché, avendo spezzato i vincoli che tenevano uniti gli individui nel piccolo gruppo, cancella quella relativa sicurezza e quella protezione di cui godeva il debole: da qui il dovere da parte dello stato di venire incontro ai bisognosi d'aiuto. Mercato e solidarietà sono coniugabili. Non coniugabili sono, invece, mercato e dissipazione delle risorse, mercato e corruzione; lo statalismo fa l'uomo ladro, e trasforma i cittadini in accattoni ricattabili i quali per mestiere fanno gli elettori. E, da ultimo, il liberale non è anticlericale. Scrive Hayek: "A differenza del razionalismo della Rivoluzione francese, il vero liberalismo non ha niente contro la religione, e io non posso che deplorare l'anticlericalismo militante e sostanzialmente illiberale che ha animato tanta parte del liberalismo continentale del XIX secolo".

D. Lei combatte da tempo una battaglia culturale che la vede impegnato non solo come studioso di epistemologia ma anche come cattolico. Quale ritiene che sia il contributo che la filosofia politica di Popper possa dare al filone della filosofia italiana che si riconosce nel cattolicesimo?

R. Risponderò alla sua domanda in due momenti. In primo luogo indicando, sia pur rapidamente, alcuni pensieri di autori che costituiscono punti significativi nella tradizione del cattolicesimo liberale. In un secondo momento cercherò di specificare quei valori che hanno avvicinato Popper al cristianesimo.
Pensatori cattolici contemporanei schierati a difesa del mercato.
Michael Novak (nato nel 1933 in Pennsylvania) è il teologo-economista americano, autore de Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo (1982). Ecco, di seguito, alcune sue considerazioni: "La democrazia politica [...] è compatibile solo con un'economia di mercato"; "Il capitalismo non sarà in grado di far sparire completamente il cancro della povertà né a livello internazionale né a livello locale, ma, grazie ad esso, la povertà sarà meno diffusa di quanto non sia adesso nei paesi socialisti o nel Terzo Mondo. L'unione di capitalismo e democrazia non porterà il regno dei Cieli sulla Terra ma, per liberare i poveri dalla miseria e dalla tirannia e per dar spazio alla loro creatività, il capitalismo e la democrazia possono fare molto di più di quanto sia in potere di tutte le altre alternative esistenti".
Robert Sirico, sacerdote cattolico americano e membro della Mont Pélerin Society, ha fondato nell'aprile del 1990 il Lord Acton Institute nella persuasione che, "dimostrando l'indissolubile nesso tra religione e libertà, i leaders economici di fede religiosa possano forgiare un'alleanza in grado di garantire e sostenere una società libera e onesta". Scrive padre Sirico: "Prima di poter essere consumata, la ricchezza dev'essere prodotta; la povertà è la condizione naturale della razza umana, il risultato dell'ostacolo frapposto dalla natura al benessere umano: la scarsità. L'abbondanza è l'eccezione: non c'è bisogno di far nulla per "produrre" povertà, laddove tanto bisogna fare per produrre ricchezza [...] Pertanto, prima di poter soccorrere i poveri, dobbiamo indagare sulla natura della produzione di ricchezza". E poi: "Se, come avvenuto negli ultimi vent'anni, la Chiesa alla ricerca della verità ha potuto dialogare coi pensatori influenzati da Marx, allora forse è maturo il tempo perché si apra il dialogo con il liberalismo classico".
Jean Yves Naudet (nato nel 1948) è professore di scienze economiche presso la facoltà di diritto e scienze politiche di Aix-Marseille III. I regimi di socialismo reale - fa presente Naudet - si sono caratterizzati prima di tutto per la loro inefficienza. "Ma tale inefficienza - egli scrive - proveniva dal rifiuto di riconoscere la natura dell'uomo e i suoi diritti, a cominciare da quello di perseguire il proprio fine personale, e ancora dal diritto di proprietà o dal diritto di iniziativa economica".
Jacques Garello (nato nel 1934), professore di storia delle idee e dei fatti economici all'Università di Aix-en-Provence, allievo di Daniel Villey e Jacques Rueff, è tra i rappresentanti più prestigiosi della scuola liberale francese. Garello è persuaso della sicura convergenza tra liberalismo e pensiero cattolico. L'ostilità della Chiesa nei confronti dell'economia di mercato è dipesa, ad avviso di Garello, dal fatto che il liberalismo di ieri si presentava con credenziali inaccettabili per la Chiesa cattolica. Tali caratteristiche erano la fede smisurata nella Ragione, l'utilitarismo e il materialismo dell'homo oeconomicus. Ma oggi - grazie al lavoro scientifico della Scuola austriaca di economia e soprattutto grazie al pensiero di F. A. von Hayek - si è sviluppato un pensiero liberale che ha rotto nella maniera più netta con la tradizione razionalista-utilitarista-materialista. Con questo sono cadute, appunto, le ragioni dell'ostilità della Chiesa nei confronti del liberalismo. La verità, afferma Garello, è che le virtù morali che accompagnano il mercato "sono quelle dell'Occidente cristiano": l'onestà, il rispetto della parola data, il rispetto degli altri, il rifiuto dell'oppressione e dell'arbitrio. "Coniugando liberalismo e cattolicesimo, l'Occidente ritrova e ritroverà il suo equilibrio intellettuale, morale e spirituale".
Angelo Tosato (nato nel 1938), sacerdote dal 1963 e attualmente professore all'Università Gregoriana e presso la Lateranense, esegeta di fama internazionale, ha introdotto in Italia il pensiero di Michael Novak ed è autore del recente volume Economia di mercato e cristianesimo (1994). Qui di seguito una sua idea: "[...] Se per capitalismo si intende [...] onesta ricerca del benessere personale, familiare e collettivo, e più ancora un sistema che dia a tutti la facoltà di esercitare liberamente e proficuamente la propria capacità in campo economico, allora il rapporto con il cristianesimo non può che essere di sintonia e di collaborazione".

Sul fronte di ieri: pensatori cattolici sostenitori della "logica di mercato".
Alexis de Tocqueville (1805-1859): "Quello che sopra ogni altro caratterizza ai miei occhi i socialisti di tutti i colori, di tutte le scuole, è una sfiducia profonda per la libertà, per la ragione umana, un profondo disprezzo per l'individuo preso in se stesso, al suo stato di uomo; ciò che li caratterizza tutti è un tentativo continuo, vario, incessante, per mutilare, per raccorciare, per molestare in tutti i modi la libertà umana; è l'idea che lo stato non debba essere soltanto il direttore della società, ma debba essere per così dire, il padrone di ogni uomo; il suo padrone, il suo precettore, il suo pedagogo [...]; in una parola, è la confisca, in un grado più o meno grande, della libertà umana".
Frederic Bastiat (1801-1850): "Allorché si sarà ammesso in via di principio che lo Stato ha il dovere di operare in modo fraterno in favore dei cittadini, si vedranno tutti i cittadini trasformarsi in postulanti. Proprietà fondiaria, agricoltura, industria, commercio, marina, compagnie industriali, tutti si agiteranno per reclamare i favori dello Stato. Il tesoro pubblico sarà letteralmente saccheggiato. Ciascuno troverà buone ragioni per sostenere che la fraternità legale deve essere intesa in questo senso: "I vantaggi per me ed i costi per gli altri [...]". Lo sforzo di tutti tenderà a strappare alla legislazione un lembo di privilegio fraterno".
Antonio Rosmini (1797-1855): "[...] La proprietà costituisce una sfera intorno alla persona, di cui la persona è il centro; nella quale sfera niun altro può entrare [...]". Ed ecco come il rosminiano mons. Clemente Riva commenta l'idea di proprietà in Rosmini: "Rosmini concepisce la proprietà privata con un orizzonte amplissimo, che abbraccia valori culturali, spirituali, sociali, ma anche materiali ed economici. La proprietà privata, i mezzi di produzione, l'imprenditore, il profitto, sono tutte realtà che hanno una specifica funzione sociale. Questa è una dote della tradizione cattolica. Terze vie sono posizioni di una mediocre cultura sociale, che non va a fondo della considerazione di un indebito statalismo".
Wilhelm Röpke (1898-1966): "Antichità classica e Cristianesimo, entrambi sono i veri antenati del liberismo, perché sono gli antenati di una filosofia sociale che regola il rapporto, ricco di contrasti, tra l'individuo e lo Stato secondo i postulati di una ragione inserita in ogni uomo e della dignità che spetta ad ogni uomo come fine e non come mezzo, e così contrappone alla potenza dello Stato i diritti di libertà del singolo". "Il liberalismo non è [...] nella sua essenza un abbandono del Cristianesimo, bensì è il suo legittimo figlio spirituale [...] Il liberale diffida di ogni accumulazione di potere perché sa che di ogni potere che non venga tenuto nei suoi limiti da contrappesi, si fa presto o tardi abuso".
Konrad Adenauer (1876-1967): "La media proprietà è una sicurezza essenziale degli stati democratici". "Una socializzazione troppo vasta rende troppo grande l'accumulazione della potenza nelle mani dello Stato e avevamo personalmente sofferto i pericoli che ne derivano per la vita di un popolo. Il socialismo porta necessariamente alla sottomissione dei diritti e della dignità dell'individuo allo Stato o a una collettività simile allo Stato".
Luigi Einaudi (1874-1961). In una delle sue Prediche inutili Luigi Einaudi domandava: "I vescovi hanno adempiuto bene all'ufficio di curare nei seminari l'educazione economica dei giovani che sentono la vocazione al sacerdozio? Hanno procurato che si impartissero ai seminaristi le nozioni elementari necessarie per distinguere tra il lecito giuridico e il dovere caritativo, fra l'economia e la morale?".

Combattuti dalla sinistra e dalla destra, questi pensatori sono stati, in questi ultimi decenni, sostanzialmente ignorati dal mondo cattolico. Dove è che vengono discusse le idee di Konrad Adenauer? Quando il 12 febbraio del 1966 morì Wilhelm Röpke, l'allora cancelliere della Germania Occidentale, Ludwig Erhard, affermò senza mezzi termini che il miracolo tedesco era dovuto in gran parte alle idee e alle proposte dell'economista cattolico Wilhelm Röpke. Ebbene, quanti sono, in Italia, i giovani cattolici che conoscono, non dico, le idee, ma almeno il nome di Röpke? E, da noi, chi parla di Sturzo? Quanti giovani vengono fatti avvicinare al suo pensiero? Quali politici cattolici si richiamano a Sturzo?

La grande lezione di don Luigi Sturzo.
24 aprile 1951: "La democrazia vera non è statalista".
11 agosto 1951: "[...] smobilitiamo, appena vi sia la possibilità, tutti gli enti che potranno essere passati all'economia privata, ovvero resi perfettamente autonomi [...]".
4 ottobre 1951: "Io non ho nulla, non possiedo nulla, non desidero nulla. Ho lottato tutta la mia vita per una libertà politica completa ma responsabile. La perdita della libertà economica, verso la quale si corre a gran passo in Italia, seguirà la perdita effettiva della libertà politica, anche se resteranno le forme elettive di un parlamento apparente che giorno per giorno seguirà la sua abdicazione di fronte alla burocrazia, ai sindacati e agli enti economici, che formeranno la struttura del nuovo Stato più o meno bolscevizzato. Che Dio disperda la profezia!".
4 novembre 1951: "Oggi si è arrivati all'assurdo di voler eliminare il rischio per attenuare le responsabilità fino ad annullarle [...] Gli amministratori, i direttori, gli esecutori degli enti statali sanno in partenza che se occorrono prestiti, garantisce lo Stato; se occorre lavoro dovrà trovarlo lo Stato; se si avranno perdite si ricorrerà allo Stato; se si produce male ripara lo Stato; se non si conclude un gran che, i prezzi li mantiene alti lo Stato. Dov'è il rischio? Svaporato. E la responsabilità? Svanita. E l'economia? Compromessa [...] In Italia, oggi, solo le aziende dei poveri diavoli possono fallire: le altre sono degne di salvataggio, entrando per questa porta a far parte degli enti statali, parastatali e pseudo-statali. Il rischio è coperto in partenza, anche per le aziende che non siano statali, ma che hanno avuto gli appoggi dello Stato. In un Paese, dove la classe politica va divenendo impiegatizia [...]; dove la classe economica si stabilizza; dove la classe salariale va divenendo classe statale, non solo va a morire la libertà economica, ma pericola la libertà politica [...]".
17 novembre 1952: "Abbiamo in Italia una triste eredità del passato prossimo, e anche in parte del passato remoto, che è finita per essere catena al piede della nostra economia, lo statalismo economico inintelligente e sciupone, assediato da parassiti furbi e intraprendenti e applaudito da quei sindacalisti senza criterio, che credono che il tesoro dello Stato sia come la botte di San Gerlando, dove il vino non finiva mai".
5 dicembre 1952: "Lo statalismo non risolve mai i problemi economici e per di più impoverisce le risorse nazionali; complica le attività individuali, non solo nella vita materiale e degli affari, ma anche nella vita dello spirito".
13 maggio 1954: "La Pira crede che il problema da risolvere sarebbe quello di arrivare alla totalità del sistema finanziario in mano allo Stato [...] Questo io chiamo statalismo, e contro questo dogma io voglio levare la mia voce senza stancarmi finché il signore mi darà fiato; perché sono convinto che in questo fatto si annidi l'errore di far dello Stato l'idolo: Moloch o Leviathan che sia [...]".
27 maggio 1954: "[...] La mia difesa della libera iniziativa è basata sulla convinzione scientifica che l'economia di Stato non solo è anti-economica ma comprime la libertà e per giunta riesce meno utile, o più dannosa, secondo i casi, al benessere sociale".
E a conclusione di tutto questo, ancora due pensieri di Sturzo. "Lo Stato è per definizione inabile a gestire una semplice bottega di ciabattino" (11 agosto 1951). "Finché la scuola in Italia non sarà libera, nemmeno gli italiani saranno liberi" (1947).

Dopo questa lunga nota sui cattolici liberali, rispondo alla seconda parte della sua domanda circa l'atteggiamento di Popper nei confronti del cristianesimo. Contro lo Stato totalitario Popper rivendica i diritti della ragione umana, e della coscienza individuale. E fa questo richiamandosi esplicitamente - lui che si dichiara agnostico - alla tradizione cristiana. È ben vero che è stata talvolta proposta e difesa una specie di storicismo teologico stando al quale "Dio si rivela nella storia" e "lo storicismo è un elemento necessario della religione". "Ma io - ribadisce con decisione Popper nell'ultimo capitolo (XXV) della Società aperta e i suoi nemici - dissento da questa visuale. Io sostengo che questa concezione è pura idolatria e superstizione, non solo dal punto di vista razionalista o di un umanista, ma dallo stesso punto di vista cristiano". E, in effetti, prosegue Popper "sostenere che Dio rivela se stesso in quello che normalmente si chiama storia, nella storia del crimine internazionale e dell'assassinio in massa, è senz'altro blasfemo [...]". In una storia non solo fatta, ma anche contraffatta dall'uomo, non è giusto, ad avviso di Popper, che alcuni cristiani osino vedere la mano di Dio. E per rafforzare questa idea critica nei confronti dello storicismo teologico, Popper si riporta a Karl Barth e a Kierkegaard.
"Il metro del successo storico - scrive Popper - appare incompatibile con lo spirito del cristianesimo". I primi cristiani "ritenevano che è la coscienza che deve giudicare il potere e non viceversa". "Coloro - dice ancora Popper - che sostengono che la storia del successo dell'insegnamento cristiano rivela la mano di Dio dovrebbero chiedersi se questo successo fu realmente un successo dello spirito del cristianesimo e se questo spirito non trionfò al tempo in cui la Chiesa era perseguitata, piuttosto che al tempo in cui la Chiesa era trionfante. Quale Chiesa - si chiede Popper - impersonò più propriamente questo spirito: la chiesa dei martiri o la chiesa vittoriosa dell'Inquisizione?".
In effetti, quel che Popper esalta della tradizione cristiana è il valore che questa attribuisce alla coscienza dei singoli individui. Per un umanitario, o soprattutto per un cristiano, dice Popper, "non esiste uomo che sia più importante di un altro uomo". Riconosco - afferma Popper - che si deve senz'altro tener presente [...] che gran parte dei nostri scopi e fini occidentali, come l'umanitarismo, la libertà, l'uguaglianza, li dobbiamo all'influenza del cristianesimo. Ma, nello stesso tempo, bisogna tener presente che il solo atteggiamento razionale ed il solo atteggiamento cristiano anche nei confronti della storia della libertà è che siamo noi stessi responsabili di essa, allo stesso modo che siamo responsabili di ciò che facciamo delle nostre vite e che soltanto la nostra coscienza, e non il nostro successo mondano può giudicarci".
La storia insegnata nelle scuole - fa presente Popper - è la storia dove alcuni dei più grandi criminali sono esaltati come eroi: è la storia del potere. È la storia della malversazione e del ladrocinio, "la storia del crimine internazionale e dell'assassinio di massa". Questa storia "è elevata alla dignità di storia del mondo". Si tratta, commenta amaramente Popper, "di una vera e propria offesa a una giusta concezione del genere umano". Tuttavia troviamo qui una sorta di spia del fatto che "gli uomini sono inclini a venerare il potere"; e "non c'è dubbio che il culto del potere è uno dei peggiori generi di idolatria umana, un relitto del tempo della gabbia, della servitù umana. Comunque, prosegue Popper, la storia scritta "sotto il controllo di imperatori, generali e dittatori" ovvero nella gabbia della venerazione del potere, vale a dire "la storia dei grandi e dei potenti è nel migliore dei casi una superficiale commedia; è l'opera buffa rappresentata dalle potenze che si celano dietro la realtà (simile all'opera buffa di Omero sulle potenze olimpiche dietro la scena delle vicende umane). Ed è appunto questo che uno dei nostri peggiori, il culto idolatrico del potere, del successo, ci ha spinto a ritenere reale".
Ma la storia concreta non è questa. Se una storia reale e concreta potesse venir scritta - e non lo può - "dovrebbe essere la storia di tutte le speranza, lotte e sofferenze umane". In realtà, "la vita dell'uomo singolo - sottolinea Popper - dimenticato, ignoto, le sue pene e le sue gioie, la sua sofferenza e la sua morte, questo è il contenuto affettivo dell'esperienza umana attraverso i secoli".
La coscienza che giudica il potere e che elimina il successo mondano come criterio di valore delle proprie scelte e azioni, ecco, dunque, cosa avvicina Popper alla tradizione cristiana. E la legge di Hume, vale a dire l'inderivabilità logica delle decisioni dai fatti, ci dimostra che "i fatti in quanto tali non hanno senso; possono acquistarne uno soltanto attraverso le nostre decisioni". E questa legge di Hume, prosegue Popper, benché si tenti di negarlo attraverso la superstizione storicistica, non è in alcun modo contraria "ad una religione fondata sull'idea della responsabilità personale e della libertà di coscienza. Naturalmente - dice Popper - io ho in mente in particolare il cristianesimo [...], quel cristianesimo che contro ogni forma di tabù, predica: "Voi avete udito che fu detto a quelli del tempo antico... Ma io vi dico...", opponendo in ogni caso la voce della coscienza all'obbedienza meramente formale e all'adempimento della legge". In realtà, la legge di Hume è il fondamento logico della libertà della coscienza umana.
Ma c'è dell'altro: "Io non so - scrive Popper - se il cristianesimo significhi distacco dal mondo, ma so per certo che esso insegna che il solo modo di dar prova della propria fede è quello di prestare aiuto pratico (e mondano) a coloro che ne hanno bisogno. Ed è certamente possibile combinare un atteggiamento di estremo riserbo e anche di disprezzo per il successo mondano nel senso del potere, della gloria e della ricchezza, con lo sforzo di fare del proprio meglio in questo mondo e di perseguire i piani che si è deciso di far propri con il chiaro proposito di farli trionfare; non per amore del successo o della propria consacrazione da parte della storia, ma semplicemente per amore di essi". Questo, per Popper, è il vero insegnamento del cristianesimo.

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