LIBRO APERTO - Ottobre / Dicembre 2006
LA SCIENZA COME VALORE DI LIBERTÀ
La penultima tappa del ciclo dei Lunedì milanesi di Società Libera – l’associazione diretta da Vincenzo Olita che auspica il realizzarsi di una società liberale – è stata a fine settembre la conferenza sul tema “La scienza come valore di libertà” tenuta dal prof. Edoardo Boncinelli, genetista e biologo molecolare di fama internazionale.
Ne è uscito un discorso rigoroso, chiaro e focalizzato sull’essenziale, che dà modo di tornare su un tema già trattato altre volte da Libro Aperto, la centralità della scienza nel mondo moderno e le sue strette connessioni con il liberalismo.
Per Boncinelli sono tre gli aspetti caratteristici dell’impresa scientifica.
Capire le cose del mondo spiegandone il funzionamento; tradurre la comprensione in applicazioni pratiche; affidarsi in ogni caso ad una particolare mentalità fondata sul metodo critico, caratteristica quest’ultima che la scuola italiana trascura e che pure, ha detto Boncinelli, è la stessa cosa dello spirito democratico.
Questo tipo di impresa scientifica si è sviluppato negli ultimi tre/quattro secoli, da quando proprio in Italia la scienza antica, fatta soprattutto di matematica e di astronomia, ha cominciato ad allargarsi alle scienze naturali.
Galileo ha sovvertito il modo di guardare il mondo, lavorando sulla realtà naturale e sperimentando.
Il che costituiva una novità non da poco, perché, per dirla con l’immagine efficace usata dal professore , si ponevano domande alla natura dopo averla invitata a casa nostra.
Vale a dire si preparavano le condizioni sperimentali per porre domande, anche piccole e parziali, alle quali prima o poi si potesse, con fatica, riuscire a dare una risposta.
In pratica, invece di iniziare con un processo che intendesse prendere le mosse da una teoria del tutto, veniva scelto un processo di conoscenza per astrazione a partire dai dati reali e puntando a certezze circoscritte che possono via via ampliarsi .
Un atteggiamento simile si è poi evoluto nei secoli e Boncinelli ritiene si possa dare una definizione stringente della scienza ad oggi, specificando uno per uno il significato dei termini chiave usati.
La scienza è definita come un’impresa collettiva e progressiva volta a cogliere gli aspetti riproducibili di un numero sempre maggiore di fenomeni naturali e a comunicarli attraverso il tempo e lo spazio in forma sinottica e non contraddittoria, così da mettere in grado chiunque di fare previsioni fondate e di costruire “macchine” funzionanti, materiali o mentali che siano.
Ed ecco le specifiche. La scienza è un’impresa perché è sempre in cammino per rinfrescare i risultati ottenuti e per ottenerne degli altri.
E’ un’impresa collettiva - contrariamente all’immagine popolare dello scienziato solitario - perché, almeno oggi, si fa essenzialmente in gruppo con strutture e risorse in genere molto costose.
E se è collettiva già nel farsi, lo è ancor più nella fase del controllo.
Infatti, per arrivare alla pubblicazione ciascun lavoro viene volontariamente sottoposto dall’autore alle valutazioni di molti colleghi.
I colleghi per lo più chiedono aggiustamenti e cambiamenti, dolorosissimi per l’affezione dell’autore ai suoi risultati, eppure indispensabili per far sì che l’opera sia a prova di bomba.
Di fatto, ciò significa che tutti possono controllare tutto. Il che non esclude in assoluto la pubblicazione di errori. Ma, specie nei campi scientifici importanti, gli errori oggi vengano scoperti al massimo in quattro/cinque anni, poiché è certo che vi sarà qualcuno che, rifacendo il cammino sperimentale, se c’è qualcosa che non torna,lo individuerà.
Questa disponibilità dello scienziato medio di criticare, di essere criticato e di tener conto delle critiche, è l’aspetto più significativo della mentalità scientifica (ed è anche, osserva Boncinelli, il nocciolo della mentalità democratica). La scienza è l’unica attività umana che riesce a non utilizzare mai il principio di autorità. Lo impediscono il metodo seguito e la struttura di continuo controllata.
Gli stessi che permettono di riuscire ad utilizzare il contributo di ogni scienziato, anche se personalmente non è il massimo. Sarebbe bene, chiosa Boncinelli, che un sistema analogo si estendesse alla società, che spesso non riesce ad utilizzare neppure i contributi dei più capaci.
La scienza è poi un’impresa progressiva, ove il termine progressivo sta a indicare che la scienza non fa rivoluzioni e non è miracolosa. La grande scienza non annulla e non ribalta le concezioni precedenti, le affina e le amplia. Ad esempio, la teoria e la matematica di Newton vanno ancora bene per muovere le macchine sulla terra o mandare i satelliti nello spazio; divengono inadeguate solo quando si entra in ambiti come le altissime velocità e allora occorre passare alla teoria della relatività di Einstein.
L’impresa scientifica concerne ciò che è riproducibile, vale a dire si applica solo ai fenomeni che non accadono una volta o del tutto occasionalmente e di cui si conosce il modo di ripetersi. Certo è una grossa autolimitazione (peraltro conseguente al metodo seguito al fine di spiegare i fenomeni) per la quale esistono ragioni epistemologiche volutamente qui non approfondite da Boncinelli. Il quale invece ha rilevato come l’obiezione più forte venga rivolta all’obiettivo di spiegare le cose, ritenuto, in Italia di certo ma non solo, un modo di inaridire il fenomeno spiegato. Questa è una sciocchezza sia se riferita agli oggetti che al corpo umano, in quanto conoscere di più e meglio non muta né la bellezza né gli istinti, ma consente di apprezzare quanto sia multiforme il mondo e soprattutto di vedere intellettualmente cose che altrimenti non si vedevano. Senza le amplificazioni della scienza, l’essere umano non può vedere da una parte l’infinitamente piccolo e dall’altra l’enormemente grande.
Senza le amplificazioni della scienza, non avremmo parole e concetti che essa ha introdotto.
Boncinelli ha fatto un esempio per tutti: l’evoluzione, che cinquecento anni fa non esisteva, neppure come termine.
L’impresa scientifica deve comunicare a tutti i risultati raggiunti. Proprio perché non possono che essere gli stessi, qui e altrove, oggi, ieri e domani, naturalmente a condizione che, rifacendo l’esperimento, si segua esattamente la medesima procedura.
Dunque la comunicazione dei risultati deve riguardare tutto l’essenziale di cosa è stato fatto e soprattutto adoperare parole non ambigue e non internamente contraddittorie. In questo sta la differenza con le pseudo scienze, che ci infestano e che pretenderebbero di spiegare tutto usando le parole con significati diversi in momenti diversi con persone diverse. Tipico comportamento della politica od anche della psicoanalisi. Così facendo le pseudo scienze conducono su qualsiasi argomento a previsioni che per la loro stessa ambigua formulazione non possono essere contraddette e falsificate dall’esperienza.
Ciò caratterizza le mitologie o le visioni religiose, non la scienza. La teoria scientifica non spiega tutto e, come diceva Popper, è tale appunto perché può essere falsificata. Questo è un punto cruciale per la scienza, ha sottolineato Boncinelli, ma lo è anche per la società. Nel senso che sarebbe auspicabile seguire il metodo delle definizioni non ambigue e delle affermazioni non contraddittorie almeno nelle discussioni pubbliche quando si tratta della conduzione istituzionale e della scelta o meno di determinati provvedimenti.
Un tale sforzo per non esser vaghi, ambigui e contraddittori, si fa un po’ in alcuni paesi, in altri come l’Italia non si fa mai. Nel nostro paese le parole si adoperano in modo suggestivo e polivalente, il che va bene nella poesia, nella narrativa e nel mito, non quando si affronta la vita reale.
L’impresa scientifica deve consentire di fare previsioni, prima dei fatti e non quando sono avvenuti.
E’ un’altra distinzione dalle pseudo scienze, sempre pronte a spiegare qualsiasi avvenimento, dopo che si è verificato. La scienza si sforza di riuscire a prevedere alcune cose prima che accadano, almeno nel maggior numero dei casi. E appunto il momento culminante dell’impresa scientifica si raggiunge quando, a conclusione di tutte le fasi precedenti, si riesce a costruire una macchina funzionante, materiale o mentale che sia.
La filosofia di costruire una macchina funzionante è il contrario della filosofia delle parole magiche, che appartiene ad una sapienza distaccata dalla realtà. Perché la questione decisiva non è assillarsi sul problema che ciò che si è concluso sia “definitivamente vero”, quel che conta è che il meccanismo funzioni, almeno nella stragrande maggioranza dei casi. E’ la capacità di far funzionare che ci ha consentito di volare, di telefonare, di vedere la TV, di costruire i navigatori GPS.
I filosofi lamentano che tutto ciò è un aspetto pratico irrilevante. Solo che non sanno dare un criterio alternativo a quello della verificabilità e del controllo sperimentale basato sul funzionamento delle macchine mentali e fisiche. Non lo sanno dare perché non ce l’hanno, ha affermato Boncinelli.
Certo, il criterio del metodo scientifico non è perfetto (non risponde ad ogni domanda e da risposte che possono non essere definitive) ma ha fatto avanzare la conoscenza e allargato i confini della mente in modo senza pari. Certo l’impresa scientifica è ancora molto carente. Però continua ad espandersi. Settanta anni fa si sapeva molto sulla materia inanimata, ma poco o nulla su quella vivente.
Oggi, sulla materia vivente si conoscono cose incredibili, spesso ignorate anche da persone colte. Abbiamo imparato tanto sul cervello, sulle emozioni, sui meccanismi delle decisioni, sulla psicologia, sui consumi, sui desideri. Erano campi di speculazione legata solo all’autore che si esprimeva, mentre oggi, attraverso le tecnologie per gli studi sul cervello, si può cominciare a comprendere come funzionano davvero le cose. E ci si spinge oltre.
I recentissimi sviluppi della neuroeconomia consentono di capire perché un individuo o un gruppo di individui si comportano in una certa maniera, perché certi risultati ci deprimono e altri ci soddisfano.
Né ci si deve preoccupare che spiegando tutto si perda ogni gusto. Man mano che si allarga il campo delle spiegazioni, sorgono nuove domande cui rispondere. Soprattutto i giovani – che non amano iscriversi alle facoltà scientifiche – devono sapere che non c’è pericolo che la curiosità umana non trovi più argomenti, in quanto dietro l’angolo c’è sempre qualcosa di altro. Caso mai è il continuo diluvio di notizie spacciate come mirabolanti ed eccezionali che tende a soffocare la curiosità, sottraendole spazi e tempi. Esiste una certa indifferenza all’impresa scientifica. Ma è un errore. Sia per il rischio di frenarne l’ulteriore sviluppo. Sia perché il valore della scienza non consiste solo nelle grandi e vastissime applicazioni del processo tecnologico.
Il suo valore principale consiste nell’opera di sviluppo culturale, nel dissodare il terreno delle menti. Purtroppo tutto il modo di essere della cultura scientifica, ha sottolineato Boncinelli, non viene considerato in Italia vera e propria cultura, anche a costo di precludersi una parte importante dell’avventura umana. Eppure il fondamento di molta cultura umanistica è in realtà un fondamento scientifico. Ad esempio, costruire una cattedrale non è solo arte.
La scienza è un grande banco di educazione civile.
Insegna a mettere tutto alla prova, ad ascoltare chiunque salvo verifica, a criticare e ad essere criticati, a non giudicare dalle apparenze, a non avere pregiudizi. L’accusa alla scienza di essere relativista e dunque di non avere valori, è infondata ha affermato (giustamente) Boncinelli. Il modo d’essere relativista ha i suoi precisi valori. La sua vera colpa, dal punto di vista dei suoi detrattori, è quella di essere disposto a cambiarli quei valori, motivatamente, poiché non pretende di possedere la verità assoluta. Qua è il punto vero di dissenso con chi ragiona a priori, si presenta come depositario della verità e pretende di esserlo, al punto da non sopportare chi vuol sperimentare e se necessario cambiare.
E di nuovo Boncinelli ha indicato una significativa e non casuale maggior attenzione all’impresa scientifica nei paesi di più antica tradizione democratica. Tanto che la sua conclusione è stata che, per aumentare la coscienza democratica dei cittadini, occorre diffondere fin dall’infanzia l’abitudine al metodo critico, a ragionare dubitando e sperimentando.
Fin qui il resoconto molto fedele, e talvolta letterale, della conferenza del professore. Che è stata ancora una volta un pezzo di qualità di uno scienziato impegnato anche a trasmettere l’importanza della scienza e il suo valore civile. I liberali non possono che esserne particolarmente soddisfatti.
Per il paese, che necessita di più spirito critico e di un più diffuso atteggiamento sperimentale. E per il liberalismo, che nel rilancio dell’impresa scientifica ritrova comunque un viatico alle esigenze liberali, dato che, come altre volte illustrato su Libro Aperto, il metodo scientifico ha tanti e decisivi punti di coincidenza con quello liberale.
Nello svolgersi di questa stessa conferenza si può tuttavia ritrovare anche una traccia evidente delle difficoltà del liberalismo a emergere in Italia.
Il lettore avrà notato che, nonostante il titolo della conferenza fosse “La scienza come valore di libertà” e nonostante le argomentazioni dell’oratore siano più volte entrate nel merito delle connessioni tra scienza e politica, non sono mai state utilizzate parole come libertà e come liberalismo. Una circostanza non sfuggita ad Alessandra Oppio che presiedeva la riunione dei Lunedì milanesi e che a caldo non ha mancato, ringraziando l’oratore e prima di dare il via al dibattito, di affermare con diplomatica eleganza che l’impresa scientifica collettiva si fonda sulla responsabilità individuale del ricercatore e che la questione della responsabilità individuale è anche il nocciolo del liberalismo che ne fa il fulcro della società libera e della libertà di ricerca.
Affermazione del tutto legittima perché totalmente in linea con quanto detto dal professor Boncinelli.
Solo che il professore, come si è visto, ha usato sempre e solo le parole democrazia e democratico.
Il fatto è che lo scienziato Boncinelli auspica un rigore semantico che il cittadino Boncinelli ha difficoltà ad applicare. Non per calcolo, ma per la diffusa influenza ambientale ad equiparare individuo ad egoismo e libertà a privilegio di pochi. Se invece il cittadino Boncinelli si impegnasse per avvicinarsi al rigore dello scienziato, vedrebbe subito che, proprio in nome della non ambiguità e della non contraddittorietà interna, non è possibile usare il termine democrazia al posto del termine libertà, poiché la libertà del cittadino implica la piena democrazia mentre la democrazia non implica affatto la piena libertà individuale. Sono tanti gli esempi storici, ma è già evidente a livello concettuale. La democrazia propende ad incentrarsi sull’intero, sulla società nel suo insieme, e dunque sul far partecipare alle decisioni collettive e sulle scelte collettivamente assunte, che possono acquistare un’autorità anche eccessiva. Per questo può ritrovarsi cieca o comunque ipovedente sulle iniziative e sulle questioni di libertà del cittadino. Questioni di libertà che il liberalismo pone a fondamento dellapropria proposta politica e che riguardano i criteri di sviluppo della società attraverso il conflitto democratico tra le diverse idee e contributi dei cittadini, singoli o in gruppo.
Lo scienziato Boncinelli, a proposito dell’impresa scientifica, insiste giustamente sull’importanza dei controlli e sulla necessità di diffondere il dubbio e l’uso del metodo critico, e questo appello trova completa corrispondenza nei criteri della libertà individuale ed in una società su di essi modellata. La stessa corrispondenza non è assicurata con la democrazia e talvolta può perfino essere negata. Basta osservare l’odierna sfida dei fondamentalismi, che è una sfida alla libertà del cittadino non alla democrazia in sé, visto che – lo prova l’esperienza europea – decine di milioni di persone reclamano consapevolmente l’identità religiosa e la sua verità come bandiera e guida della convivenza. E’ una scelta democratica ma non è davvero una scelta liberale (e non promette nulla di buono per la scienza).
RAFFAELLO MORELLI
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