.com - 17 marzo 2006
La libertà d’informazione nel nostro paese
Tra regole di mercato e responsabilità degli operatori, in un
mondo dove le strumentalizzazioni sono sempre in agguato
Nei giorni scorsi è stato presentato a Roma e Milano il Quarto
Rapporto sul processo di liberalizzazione della società italiana,
curato da “Società Libera”. Pubblichiamo un estratto del saggio
riguardante la materia dell’informazione, curato da Ruben Razzante,
professore di diritto dell’informazione e del prodotto culturale
all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e segretario
della commissione giuridica del consiglio nazionale dell’Ordine dei
giornalisti.
Quando si parla di libertà d’informazione, le strumentalizzazioni
sono sempre dietro l'angolo, soprattutto quando non si conoscono in
profondità i problemi e non ci si confronta fino in fondo con il
tessuto normativo ed etico-deontologico che fa da cornice all'agire
quotidiano degli operatori del mondo dell'informazione.
In questo senso occorre riflettere in due direzioni: libertà del
mercato dei media, da una parte, e libertà degli operatori del mondo
dell'informazione dall'altra, fermo restando che le due dimensioni
si intrecciano e che ben difficilmente può esistere libertà dei
giornalisti in un mercato ingessato e contrassegnato da
concentrazioni proprietarie e da assetti viziati da posizioni
dominanti.
Dall'ultimo sondaggio Censis-Ucsi (Stampa Cattolica) sulla libertà
d'informazione, presentato qualche mese fu. a Roma, è emersa una
sostanziale rassicurazione circa il fatto che i giornalisti si
sentano in maggioranza liberi di esercitare la loro professione
senza pressioni snaturanti e senza condizionamenti paralizzanti.
Basti pensare che in media 1'85 per cento dei giornalisti
intervistati dichiara di avere "sempre" o "spesso" la possibilità di
scrivere/pubblicare/mandare in onda un pezzo proposto su sua
iniziativa in redazione e che la percentuale sale addirittura di 5
punti quando si chiede al giornalista se trovi riscontro nella sua
quotidiana attività professionale il rispetto della verità
sostanziale dei fatti osservati. Sondaggio attendibile? Sicuramente
da prendere con le molle, visto che la libertà d'informazione si può
guardare attraverso diverse angolature visuali.
Lo dimostra un altro sondaggio, diffuso nel novembre scorso ed
elaborato dall'Istituto Carlo Cattaneo per conto dell'Associazione
della comunicazione pubblica e istituzionale. Il 64,3 degli
interpellati ritiene che né i telegiornali Rai né quelli delle tv
private siano equilibrati. Inoltre, la stragrande maggioranza del
campione (85,1 per cento) dichiara di preferire giornali che
riferiscano in modo paritario tutte le posizioni politiche,
piuttosto che giornali dichiaratamente schierati (14.9
per cento). Quest'ultimo dato trova un riscontro significativo nel
trentesimo Rapporto annuale sulla situazione sociale del paese,
realizzato dal Censis, dal quale emerge che il 26,4 per cento degli
italiani crede che i giornali vogliano imporre il loro punto di
vista, mentre il 23,3 per cento si dice infastidito dall'eccessivo
ossequio dei giornali verso i potenti e il 20, 7 per cento li
giudica, in generale, troppo faziosi.
Infine, tra le ricerche che nel 2005 hanno stimolato un dibattito e
un confronto sulla libertà d'informazione, si segnalano anche quella
sulla credibilità dei media in Italia, elaborata da Ipsos-Pms e
l'ottavo rapporto sull'industria della comunicazione in Italia,
diffuso dall'Istituto di economia dei media della Fondazione
Rosselli.
Dalla ricerca Ipsos-Pms emergono una serie di proposte per favorire
il pluralismo dell'informazione: il 58 per cento degli intervistati
reputa indispensai1i per la libertà e la credibilità
dell’informazione giornalisti capaci e indipendenti; il 55 per cento
auspica la presenza di meccanismi di verifica della correttezza
delle fonti; il 51 per cento ritiene fondamentale la presenza di
editori "puri"; il 35 per cento punta, come fattore decisivo,
sull'assenza di una forte concentrazione nel controllo dei media. In
particolare, 73 intervistati su 100 ritengono che la presenza di un
gruppo industriale o finanziario proprietario dei mezzi
d'informazione possa creare una situazione pericolosa, nei termini
di un pesante condizionamento dell'opinione pubblica.
Dall'indagine della Fondazione Rosselli, invece. emergono ancora le
posizioni dominanti degli operatori storici del settore delle
infrastrutture di rete, per esempio nel campo della telefonia fissa,
dove “la presenza di operatori che forniscono sia l'accesso alle
reti sia i servizi associati rappresenta, infatti, una barriera non
faci1mente eliminabile, nemmeno dalle autorità nazionali di
regolazione. E queste considerazioni, in un'epoca di crescente
convergenza multimediale, possono in prospettiva creare più di
qualche apprensione a tutte coscienze liberali del nostro Paese. A
proposito delle autorità nazionali
di regolazione. alcune informazioni relative al mercato italiano
sono ricavabili dall'ultima relazione annuale del presidente
dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) Corrado
Calabrò. Nel 2004, il mercato ita1iano delle telecomunicazioni si è
sviluppato a ritmi tumultuosi, raggiungendo i 35 miliardi di euro di
valore. Le linee di accesso a larga banda hanno superato il
traguardo dei 5 milioni nel primo trimestre del 2005, mentre nel
2004 gli utenti di Internet hanno raggiunto in Italia i 25 milioni
superando del 13 per cento il dato del 2003. Nel campo dell'Umts
l'Italia è il primo paese in Europa per numero di abbonati (oltre 4
milioni). L'Autorità si sta muovendo sulla strada di una
liberalizzazione improntata a diffusione dei nuovi servizi a larga
banda. con riduzione dei prezzi e sviluppo delle piattaforme di rete
da parte degli operatori alternativi .Tuttavia, nel mercato
televisivo, permangono livelli di concentrazione imbarazzanti. Rai e
Mediaset, sempre secondo i dati ufficiali dell'Agcom, assorbono poco
meno di tre quarti dei ricavi del sistema mentre la quota dei due
operatori sul totale degli ascolti televisivi sfiora l'88 per cento
nell'intera giornata.
Dunque, sia dal punto di vista della libertà sul mercato dei media,
sia da quello della libertà dei giornalisti, i dati disegnano un
quadro a pelle di leopardo, con luci e ombre e da essi si fatica a
cogliere segnali univoci.
A volte i condizionamenti sono più subdoli, impercettibili, non si
traducono in un ordine impartito o in un divieto imposto bensì nella
creazione di
un clima culturalmente orientato, di un’atmosfera che propizia certe
scelte senza la necessità di doverle imporre. Trattasi di quei
condizionamenti ambienta1i che non dispiegano i loro effetti in modo
palese e facilmente smascherabile, bensì in maniera soft
anestetizzando le coscienze dei giorna1isti. depotenziando il loro
senso morale e il loro anelito verso la libertà. Su quei
condizionamenti bisogna riflettere. Riguardano, essenzialmente, il
bilanciamento tra libertà d’informazione e libertà d’iniziativa
economica nel campo dei media. Se le strozzature del sistema sono
alla radice, nei meccanismi di gestione, degli introiti
pubblicitari, nelle modalità di reclutamento dei giornalisti nelle
redazioni, nell’assegnazione delle frequenze e nella spartizione
dell’etere tanto per citare alcuni significativi esempi, non è detto
che le manipolazioni della libertà di informare siano poi così
visibili e smascherabili. Il nostro, per certi versi, è un sistema
narcotizzato, nel quale molti operatori del mondo dell’informazione
credono di essere liberi, ma perché il loro modo di pensare, il loro
atteggiamento di fronte alla notizia, la loro attitudine a
raccontarla in forme personali e incoercibili sono in realtà già
stati alterati sottilmente dal sistema nel suo complesso.
E in questo senso non mancano spiegazioni plausibili, supportate da
esempi lampanti, peraltro recentissimi. In Italia manca senz’altro
una cultura della concorrenza e della libertà di mercato, cosi come
non esiste un compiuto sistema di norme giuridiche in grado di
definire in modo chiaro e stabile uno status, una condizione del
giornalista.
Pensiamo al digitale terrestre. Si è parlato insistentemente di
switch off (ossia sostituzione completa delle trasmissioni con
modalità analogica con le trasmissioni in digitale) a fine 2006,
mentre ora ci si rende conto che quella scadenza, fissata peraltro
come perentoria e inderogabile dalla legge Gasparri slitterà come
minimo di due anni. Ebbene proprio i1 2 dicembre 2005 è stata aperta
dalla Commissione europea una procedura d'infrazione contro l'Italia
per i finanziamenti pubblici ai decoder per la tv digitale
terrestre. Si sospetta un contrasto con la normativa europea che
tutela la concorrenza. Circa duecento milioni di euro sono stati
finora utilizzati dal governo italiano per finanziare la diffusione
dei decoder e la legge finanziaria 2006 ne stanzia per la stessa
causa altri dieci. Peccato, però, che la tv digitale terrestre
trasmetta solo partite di calcio e favorisca quindi gli interessi di
privati, dei soliti privati, mentre altre tecnologie, peraltro più
evolute del digitale terrestre, come la televisione su IP o la banda
larga necessiterebbero di finanziamenti per decollare, ma non hanno
evidentemente forti lobby di riferimento per far valere i loro
interessi nelle sedi istituzionali. Questo è sicuramente un esempio
di sistema ingessato. che non si apre al mercato e che viene
censurato anche in sede europea. |
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