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L’INDIPENDENTE - Sabato 11 febbraio 2006

Il rapporto sul processo di liberalizzazione

L’Italia e la società ritardataria

PROPRIO COME L'ITALIA degli anni Trenta. Quella in cui il se­natore. Giovanni Agnelli - con il placet delle altre grandi “famiglie" dell' epoca - chiese ad Alberto Beneduce di nazio­nalizzare la società telefonica, la Sip, perché «il telefono è roba da ricchi». Nel Quarto rapporto sul processo di liberalizzazione della società italiana curato da Società libera - ana­lisi spietata dei ritardi del Paese in epoca di globalizzazione - so­no maggiori le responsabilità di un'impresa che ha puntato sul­la rendita ma non ha accettato la sfida, rispetto a quelli dei go­verni succeduti negli anni (compresi quelli dell'ultima legisla­tura) e della pubblica amministrazione. Che è bene ricordare, non sempre si muovono all'unisono.
Giuseppe Pennisi, nel capitolo sulle privatizzazioni, se per il recente passato mette l'accento sul ruolo sempre più predomi­nante della Cassa depositi e prestiti e la mancata liberalizzazio­ne dei servizi pubblici, per il futuro non nasconde nuovi rischi. Ricorda che il nuovo programma potrebbe subire un nuovo stop se la politica non sceglierà tra le esigenze di cassa e neces­sità di creare campioni nazionali. Non a caso la richiesta di Pao­lo Scaroni di prorogare l'uscita di Eni da Snam non ha ottenuto netti rifiuti a destra come a sinistra. Ma se la politica tratta il te­ma con leggerezza, l'impresa non ne sa approfittare della possi­bilità di liberalizzazioni. Più in generale Pennisi nota «che le di­smissioni hanno portato incassi superiori alla media Ocse, ep­pure non sono stati scalfiti i monopoli». Hanno solo visto cambiati i titolari. Le grandi famiglie - nella stragran­de maggioranza dei casi eredi di quel­le che negli anni Trenta non capirono le potenzialità del telefono - hanno indebolito o abbandonato produzioni invidiate in tutto il mondo e puntato sulle rendite dei servizi.
Se fino all'inizio degli anni Novan­ta c'era il salotto buono di Medioban­ca, dopo la grande impresa italiana ha risposto in maniera antitetica a quan­to sperato dal mercato. Marco Tron­chetti Provera - che ultimamente ha abbandonato un settore redditizio come i cavi - compra la Te­lecom mantenendo il canone; .la famiglia Benetton capisce che la concorrenza sui pullover, nel tessile, è troppo aggressiva e ac­quisisce le autostrade. Così il Paese si trova nella strana situa­zione dove, conclude Pennisi, «i grandi si affidano alla rendita e i piccoli e i medi affrontano il mercato».




E poi ci si chiede perché le aziende in questo Paese investo­no meno sulla ricerca dei concorrenti europei. Se le privatizza­zioni sono la cartina di tornasole sul grado di apertura di un Pae­se, non sono da sottovalutare i ritardi del quadro normativo. Giu­seppe Monateri conclude che la riforma appena approvata non riesce a fare chiarezza sulla terzietà dei magistrati, mentre Giu­seppe Vergottini nota che Authority pure indipendenti dalla po­litica -la Consob o Bankitalia ma anche l'Autorità per l'energia - hanno dimostrato di non sapere difendere gli interessi delle parti più deboli o comprendere appieno i cambiamenti e le storture del mercato. Raimondo Cubeddu e Alberto Vannucci de­nunciano che l'attuale classe dirigente del Paese ci sguazza nel­l' incertezza normativa. E non solo - come ha dimostrato l'ap­pendice giudiziaria del risiko bancario - perché la magistratu­ra in questo Paese può ribaltare il mercato.
Emblematico per esempio il pullulare di avvocati, commer­cialisti e affini. «In un mercato aperto», spiega Cubeddu, «si di­luisce il conflitto, nell'incertezza questo cresce». Guarda caso questi professionisti sono gli stessi che, in mancanza di concorrenza, hanno registrato i più grandi introiti dall'entrata in vigore dell'euro. «Guar­da caso», aggiunge il docente, «alla Normale di Pisa, che pure ha il miglior dipartimento di analisi al mondo, gli iscritti a matematica sono soltanto cin­quanta». Questa quindi la società ci­vile. Ma di fronte a questo la politica può dare una sua risposta, per esem­pio, abbandonando paletti come la poison pill e rigettando quella logica tutta francese che si oppone alle piena contendibilità delle aziende.

Francesco Pacifico

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