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L'opinione - 9-2-2006

Un libro bianco sullo stato delle liberalizzazioni il Italia

Di Fabrizio Garavaglia 

Sarà presentato in questi giorni a Roma e Milano il 4° Rapporto sul processo di liberalizzazione della società italiana. Una sorta di libro bianco che valuta lo stato della liberalizzazione nel Paese in settori vitali quali l’economia, la giustizia, l’informazione, la scuola, in generale delle garanzie e dei poteri regolatori. 
Lo studio è realizzato dall’Associazione Società Libera (www.societalibera.org ), un “think tank” che raggruppi esponenti del mondo accademico ed imprenditoriale che hanno ritenuto di dar vita, dal 1998, ad un’aggregazione capace di arricchire il dibattito culturale e contribuire così al processo di trasformazione della società italiana. Tra le diverse iniziative intraprese da Società Libera in questi ultimi anni, va ricordato il Premio Internazionale alla Libertà, che anche quest’anno si svolgerà al Castello Sforzesco di Milano il prossimo 8 giugno, pubblicazioni e studi sui maggiori temi del liberalismo, una pregevole ed unica mostra sul pensiero liberale nell’Occidente che ha riscosso i favori e l’interesse del grande pubblico.
Tornando a questa quarta edizione del Rapporto, abbiamo incontrato il direttore dell’Associazione, Vincenzo Olita, ispiratore ed anima di Società Libera, per approfondire risultati e prospettive che emergono da questo studio.
Si parla spesso, nel dibattito politico, di liberalizzazione, di liberalismo. Destra e sinistra amano richiamare spesso i valori del pensiero liberale. In questo quadro come s’inserisce l’idea di un Rapporto al Paese sullo stato di liberalizzazione?
“In verità il dibattito, sul tema del liberalismo, è spesso ideologizzato o, di converso, totalmente banalizzato. ---------------- non porta certamente contributi significativi nei progetti in atto nella società italiana. Con il rapporto vogliamo monitorare la reale situazione nel Paese, al di là, appunto, delle facili dichiarazioni di facciata. Ad esempio le liberalizzazioni: in questi anni tutti hanno parlato e puntato sulla libertà dei mercati, con il Rapporto andiamo a vedere come stanno realmente le cose sulle privatizzazioni”.
Dal Rapporto pare emergere un quadro sostanzialmente negativo e “pieno di deficit”.
“Il quadro che scaturisce dal Rapporto non è dei più rassicuranti, dalla mancata liberalizzazione dei servizi pubblici locali, in molti casi si è intrapreso addirittura un processo inverso, com’è nel caso dell’amministrazione provinciale di Milano guidata da Filippo Penati. Preoccupa anche la non ristrutturazione del sistema finanziario, il mantenimento della golden share”. 
Sul sistema giudiziario?
“L’innegabile declino competitivo del Paese si accompagna alle perplessità sul sistema giudiziario, così come il moltiplicarsi dei livelli di governo, competenti in materia di regolazione, non agevola certo l’impegno di chi si adopera per una società libera e competitiva”.
Da questa disamina emerge una fragilità del nostro sistema. Possiamo sostenere che il Paese non ha ancora interiorizzato i principi cardini del liberalismo?
“Indubbiamente. Il Rapporto evidenzia, infatti, una preoccupazione per lo stato del liberalismo, preoccupazione accresciuta se si considera l’estemporaneità di alcuni ambienti “liberali” che non esitano a prospettare stravaganti e fantasiose “privatizzazioni” a discapito del consenso verso un’immagine rigorosa e ponderata del liberalismo”.
A giudizio di Società Libera, quindi, esiste una contraddizione di fondo nel Paese: tutti liberali, a parole, meno, molto meno nell’azione quotidiana e di progettualità.
“Un italiano su due si riconosce in forze politiche che, a vario titolo, sostengono indirizzi e prospettive liberali. In realtà la cultura del liberalismo, intesa come responsabilità individuale, rimane del tutto minoritaria nel Paese e nella classe dirigente nel suo complesso”.
Possiamo quindi sostenere che il problema è culturale?
“Certamente, ancora prima delle privatizzazioni o della giustizia, è il deficit culturale ad impensierirci. Per recuperare questo “gap” è necessario un salto di qualità, un colpo di reni, di mobilitare le coscienze. Una classe dirigente non si forma sulle banalità della battaglia della quotidianità politica, ma attraverso l’etica della responsabilità, la vocazione ad essere classe dirigente avendo cura dell’interesse generale”.
In conclusione emerge un quadro a tinte grigie. Società Libera può lanciare un messaggio di speranza?
“Ci adoperiamo per questo. In fondo è proprio la “mission” della nostra Associazione. Siamo convinti che questo modello di società sappia favorire un incremento di opportunità per tutti, in un contesto semplificato di regole, capaci di assicurare coesione sociale. Società Libera è un’occasione di conforto per valutare non solo le prospettive ma le stesse difficoltà e battute d’arresto che il liberalismo incontra nel Paese. Per questo Società Libera chiama a raccolta le persone intellettualmente libere, disposte a partecipare ad un’avventura intellettuale, al di là di convenienze e conformismi”.

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