MF - Martedì 7 febbraio 2006
L’Italia che privatizza ma non liberalizza
Nella legislatura che sta per chiudersi L'Italia ha privatizzato poco o molto? E liberalizzato poco o molto? A queste domande cerca di rispondere il «Rapporto annuale sulle Liberalizzazioni in Italia», curato dall' Associazione Società Libera (un pensatoio bipartisan liberale).
L'economia europea è entrata in una fase di rallentamento; in parallelo si è estesa e approfondita la crisi dei mercati azionari. Ciò ha avuto un effetto immediato: i ricavi da privatizzazioni in Europa sono crollati da 650 miliardi di dollari tra il 1990 e il 2000, ad appena 38 miliardi di dollari nel 2001. Sono rimasti attorno a tale livello nel 2002 e nel 2003 per sfiorare di nuovo i 50 miliardi di dollari nel 2004. Ciò nonostante, in Italia si è perseguito il sentiero delle dismissioni dal settore pubblico. L'avvio è stato molto lento, in linea con le tendenze europee: pochi introiti nel 2002, un'impennata significativa nel 2003 seguita da un’elevata attività nel 2004 e nel 2005. Mentre nella seconda metà degli anni Novanta, l’entità (in dollari) dei ricavi da privatizzazioni in Italia sul totale mondiale è stata attorno al 10% 1’ anno (17% nel 1997); nei primi quattro anni del XXI secolo, questa fetta è passata al 15% l'anno mediamente toccando il 34% nel 2003 e nel 2004.
Molto poco, tuttavia, si è fatto in materia di liberalizzazione. All'inizio della legislatura, una raccolta di saggi curata dalla Banca d'Italia indicava quanto si dovesse fare per migliorare, con privatizzazioni e soprattutto liberalizzazioni, l'efficienze nei servizi pubblici locali. Tre anni dopo, una ricerca supportata dal Cnr sottolineava il divario tra il progresso effettuato dalla normativa in questo campo e la dura realtà: attuare per legge processi di riforma così delicati che coinvolgono rapporti economici e istituzionali così radicati, come l' esperienza delle municipalizzazioni ha mostrato, richiede una sensibilità politica capace di interpretare con efficacia le esigenze di mediazione economica e sociale che si presentano sul territorio e che gli orientamenti normativi devono saper recepire. Progressi concreti si sarebbero potuti fare stabilendo obiettivi puntuali economici e finanziari e programmi specifici per i servizi pubblici.
Altro punto debole, secondo il rapporto, è la ristrutturazione del sistema finanziario; non solo la riforma della tutela del risparmio, giunta a conclusione dopo una sequela di scandali, ma anche e soprattutto il ruolo delle fondazioni bancarie. Esse restano al cuore del sistema finanziario italiano, protagoniste di un'importante operazione, ovvero il passaggio di proprietà del 30% della Cassa depositi e prestiti. Infine, l’ Alitalia: il documento la definisce tecnicamente fallita e tenuta in vita, tramite garanzie pubbliche, con l'illusione di un rilancio e di un possibile, ma poco credibile ritorno a sani criteri di gestione e redditività.
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