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Corriere della Sera - 9 giugno 2005

"Non dimentichiamo Ingrid e la sua sfida"

A Milano il Premio alla Libertà alla Betancourt. Nella sezione economia riconoscimento a Monti

"Libertà, liberale, liberazione? Sono belle parole, che tutti pronunciano volentieri, soprattutto riferendole a se stessi. Più difficile, come ha fatto Ingrid, è metterle in pratica"
La Ingrid di cui parla il marito Jouan Carlos Lecompte è lei, la Betancourt, candidata anticorruzione alle elezioni in Colombia, rapita tre anni fa e oggi in mano alla guerriglia. In tutto questo tempo lui, tranquillo agente pubblicitario coinvolto in un grande, sporco gioco di ricatti, non ha smesso di battersi per la sua liberazione. Lo ha fatto contro tutti coloro che della libertà si riempiono la bocca, però senza muovere un dito. Questa volta, tuttavia, è diverso: perché il Premio Internazionale alla Libertà che ritirerà in nome della moglie, oggi al Castello Sforzesco di Milano, per iniziativa dell'associazione "Società Libera", può valere come una "assicurazione sulla vita".
"Sì, dopo questo premio non avranno il coraggio di ucciderla, ripete il marito.
Oltre a lei, nella sezione economia viene premiato Mario Monti, presidente della Bocconi, in quella scientifica Barbara Ensoli, ricercatrice di vaccini contro l'Aids, e in quella culturale l'itinerario del "Camino di Santiago". Ma è chiaro che la vera star, benché assente, è sempre e soltanto lei, Ingrid, la passionaria della libertà. Figlia di un diplomatico colombiano e vissuta a lungo in Francia, madre di due bambini che oggi forse stenterebbe a riconoscere, rientrata nel suo Paese per combattere la corruzione, fondatrice di un partito dal nome simbolico e disperato,"Ossigeno", autrice di un libro in cui ha riassunto il senso estremo della sua sfida, Forse mi uccideranno domani, pubblicato in Italia da Sonzogno. Bella, ricca, colta, cittadina francese in seguito al primo matrimonio, ha avuto il coraggio di sfidare tutto e tutti candidandosi alle elezioni presidenziali, fino a quando i guerriglieri delle Farc, ormai convertitisi al traffico di droga, l'hanno fatta sparire nella giungla. Lui, Jouan Carlos Lecompte, l'ha cercata dappertutto, si è messo a scrivere libri per chiederne la liberazione, ha lanciato volantini sulle foreste dove lei probabilmente è tenuta prigioniera, ha incontrato ministri e intellettuali. "Bisogna legalizzare le droghe se si vuole eliminare la violenza", dichiara, e sostiene che soltanto uno scambio umanitario fra i combattenti potrebbe preparare il "rilascio unilaterale" di Ingrid da parte dei guerriglieri. Oggi, a Milano, ripeterà certamente queste parole perché il suo appello arrivi il più lontano possibile, anche nella giungla remota dove la immagina "triste e stanca, ma pronta a continuare la buona battaglia". Perché la libertà, sostiene, è la sua religione personale. E con il Premio, oggi, le si riconosce proprio questo.

Dario Fertilio 

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