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26 ottobre 2002
Corriere della Sera
La forza delle idee e la logica di parte
di Piero Ostellino
<<In democrazia non c’è posto per la resistenza, né dell’individuo,
né dei gruppi alle leggi e all’ordine costituito. E non c’è posto
per una ragione precisa: perché le leggi sono l’espressione della
volontà collettiva , espressione che l’ordine democratico appunto
rende possibile e garantisce>>. E ancora. <<La nostra
approvazione, la nostra stima non vanno a chi vuole fare l’eroe senza
correre rischi, a chi, dopo aver violato la legge, cerca, o pretende
addirittura di farla franca. Vanno invece a chi contro l’opinione dei
più ha il coraggio di denunciare apertamente la legge che considera
ingiusta, invocando non già il diritto , ma il dovere di farlo, e
contribuendo, col soffrire della pena che la legge gli commina, all’avvento
di una legge migliore e di una società più libera>>.
Così scriveva Alessandro Passerin d’Entrèves, uno dei miei maestri
di liberalismo all’università di Torino. Oggi avrebbe cento anni. È
morto in tempo per non essere accusato di prendersela con Borrelli
(<<Resistere, resistere, resistere>>) o di giustificare il
poliziotto che prende a calci il manifestante a terra durante i
disordini di Genova per il G8. Ho citato questi due esempi, ma molti
altri se ne potrebbero fare, persino dai classici sette e ottocenteschi
del liberalismo, per dimostrare a quale livello di degrado sia arrivata
la cultura politica degli italiani. Passerin d’Entrèves parlava
della differenza fra obbligo politico (che impone il rispetto della
legge) e obbligo morale (che ne giustifica la violazione a condizione
che se ne paghino le conseguenze); chi ne legge ora le parole, senza
sapere che sono state scritte in epoca non sospetta, pensa a Berlusconi.
Dice un proverbio inglese: i gentiluomini parlano delle cose, la
servitù delle persone.
Il Centro Einaudi di Torino è nato nel 1963. in questi quarant’anni
ha fatto conoscere quanto di meglio la cultura liberale ha prodotto nel
mondo. Sopravvive con crescente difficoltà. Chi ci ha lavorato aveva
(ha) però il difetto di essere liberale e qualche volta anche l’aggravante
di essere torinese (o di vivere a Torino). Di non essere politicamente
né a destra, né a sinistra ma, persino logisticamente,
<<altrove>> rispetto al resto d’Italia. Non mi stupisco,
dunque, che nessuno ne parli e ne abbia mai parlato, o quasi, anche se,
non solo per ragioni personali (ne sono uno dei fondatori) continuo a
scandalizzarmene da quarant’anni. <<Società Libera>> è
nata nel 1998, anch’essa espressione di quella cultura liberale che
si colloca <<altrove>> rispetto agli schieramenti politici
e parlamentari. Come il Centro Einaudi, ha pubblicato libri (fra i
quali un bel rapporto annuale sul processo di liberalizzazione in
Italia), ha promosso convegni, ha un sito internet
(www.societalibera.org). Ne fanno parte uomini di cultura come Giovanni
Sartori, Nicola Matteucci, Ralf Dahrendorf, Angelo Panebianco, Sergio
Romano; imprenditori come Franco Tatò, Vittorio Merloni; finanzieri
come Franco Micheli. Rischia di morire.
Eppure, sia il Centro Einaudi, sia <<Società Libera>>
sarebbero il tavolo ideale attorno al quale potrebbero sedersi gli
uomini dei due schieramenti che si ispirano istituzionalmente al
costituzionalismo liberale e politicamente al moderno riformismo. Ma
viviamo in un Paese in cui si parla molto più volentieri delle persone
che delle cose. Così, Sartori, suo malgrado, è stato arruolato d’ufficio
nella sinistra perché, con Tocqueville, distingue fra società civile
e società politica e parla di conflitto di interessi; Matteucci è
finito altrettanto d’ufficio fra i berluscones perché, con
Montesquieu, scrive che non si cambia il sistema politico di un Paese
attraverso quello giudiziario. Così le cose, le idee, pur camminando
con le gambe degli uomini, incontrano sempre maggiori difficoltà ad
affermarsi, perché sono costantemente piegate alla logica degli
schieramenti invece di servire a promuovere l’interesse generale.
Che tristezza. |
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