IL DENARO
17 novembre 2001
Privatizzazioni, una riforma incompiuta
Gli effetti negativi del mancato smantellamento del sistema
delle Partecipazioni statali
A nove anni dall'avvio del programma di privatizzazione, molto
resta ancora da cedere, in termini sia di partecipazioni di
controllo, sia di quote minoritarie. Lo Stato potrebbe ottenere
circa 108.000 miliardi della vendita delle quote ancora detenute in
società solo in parte cedute, ed un ricavo nettamente più elevato
dalla cessione delle partecipazioni di maggioranza in altre aziende,
quali le imprese operanti nei settori della cantieristica navale,
navigazione e difesa, le Ferrovie, le Poste e la Rai.
E' stato presentato ieri a Roma, a cura di Società Libera, il
secondo Rapporto sul processo di liberalizzazione della società
italiana. Oltre 270 pagine per una radio
grafia completa dello stato di crescita della cultura, politica
liberale nel nostro Paese; Qui di seguito, in collaborazione con
società
Libera, ,il Denaro propone la sintesi della ricerca di Giuseppe
Pennisi e Salvatore Zecchini intitolata: “Le privatizzazioni: una
riforma incompiuta”.
Il saggio di Giuseppe Pennisi e Salvatore Zecchini ripercorre le
premesse storiche delle nazionalizzazioni e denazionalizzazioni in
Italia. Analizzati gli effetti del processo d'integrazione economica
internazionale nell'innescare le privatizzazioni alla fine degli
Anni '80, si sofferma sulle due fasi che hanno marcato il processo
negli Anni '90: quella dal 1992 al 1995 di approntamento degli
strumenti e quella dal 1996 al 2001 di realizzazione della riduzione
del peso delle imprese a controllo e partecipazione statale
nell'economia.
Studiati i risultati raggiunti e gli effetti sull'economia, conclude
che a nove anni dall'avvio del programma di privatizzazione molto
resta ancora da cedere, in termini sia di partecipazioni di
controllo, sia di quote minoritarie. Lo Stato potrebbe ottenere
circa 108.000 miliardi della vendita delle quote ancora detenute in
società solo in parte cedute, ed un ricavo nettamente più elevato
dalla cessione delle partecipazioni di maggioranza in altre aziende,
quali le imprese operanti nei settori della cantieristica navale,
navigazione e difesa, le Ferrovie, le Poste e la Rai. Naturalmente,
queste stime presuppongono che si superi l'attuale fase di cedimento
dei mercati azionari su scala mondiale e che le quotazioni si
portino su livelli sostenibili nel tempo.
Nell'ipotesi in cui portasse a compimento la cessione delle attività
produttive commerciabili, lo Stato potrebbe chiudere l'era delle
partecipazioni statali con un guadagno molto consistente, anche se
calcolato al netto dell'indebitamento dalle stesse indotto. Inoltre,
potrebbe disporre di mezzi per abbassare il debito pubblico in
essere per un importo stimabile attorno al 10 per cento senza
contare i proventi di un'eventuale vendita delle aziende per i
servizi pubblici locali. Ma perché ciò si realizzi è necessaria, a
parte un miglioramento delle condizioni di mercato, una forte
determinazione a dismettere la proprietà e a reinterpretare il ruolo
dello Stato nell'economia. Il Governo sembra intenzionato ad andare
avanti in queste direzioni: il Dpef 2001 prevede, infatti, di
realizzare 120.000 miliardi di introiti nel corso del prossimo
quinquennio, un programma graduale che è giustificato alla luce
degli obiettivi che si è posto di «rafforzare gli assetti produttivi
nazionali. e di realizzare guadagni di efficienza nelle società da
porre in vendita.
Un programma di gradualità nelle vendite va, pertanto, bilanciato
con un maggiore impegno nel superare le manchevolezze del contesto
economico ed istituzionale che sono emerse nel processo di
privatizzazione. Prima fra esse è la sperequazione esistente in
termini di assetto concorrenziale nei settori in cui le imprese
pubbliche continuano a godere di un rilevante potere di mercato.
Maggiori benefici per l'economia potrebbero derivare da una politica
attiva volta a favorire l'ingresso di nuovi concorrenti sul mercato
e a livellare le posizioni concorrenziali.; Altre carenze vanno
sanate su tre fronti: contendibilità della proprietà delle società,
trasparenza dell'informazione disponibile per i mercati e protezione
degli azionisti di minoranza. Una revisione dei vincoli all'Opa e
dei limiti di possesso azionario, un'integrazione delle regole di
controllo societario al fine di ottenere completezza, tempestività e
trasparenza nell'informazione diretta ai mercati, e un potenziamento
dei poteri d'intervento della Consob, inclusi alcuni poteri di
sanzione; appaiono passi necessari per elevare l'efficienza
allocativa dei mercati. In quest'azione sarebbe auspicabile che si
perseguisse l'allineamento delle regole interne alle best practices
in vigore tra i paesi dell' euro; ancor più desiderabile sarebbe un
approccio diretto a stabilire a livello di area dell' euro un unico
modello generale di coporate governance per le società.
Verso le imprese ancora da privatizzare si richiede, invece,
un'azione più intensa volta a responsabilizzare il management nel
perseguimento dell'efficienza, benché sia difficile attendersi salti
di produttività, data la debolezza dei meccanismi di
responsabilizzazione del management, quando sono in mano politica.
Nel settore bancario, il problema di una maggiore efficienza
nell'allocazione delle risorse si intreccia tra l'altro con il nodo
del ruolo ancora preponderante delle fondazioni:
Oggi non si avvertono quelle barriere ideologiche, sociali e
strutturali che negli anni '90 hanno reso arduo e a tratti impervio
il cammino verso la privatizzazione. Ma è venuta anche meno la forte
spinta esterna ad andare avanti, la quale era il fattore
determinante. Rimane invece una pressione indiretta, meno evidente,
che deriva dall'inarrestabile processo di apertura dei nostri
mercati, e che non necessariamente nel breve periodo spinge a
ricercare maggiore efficienza e competitività a livello di impresa
come a livello di sistema. In questo contesto di pressioni latenti,
saprà il Paese trovare al suo interno la determinazione necessaria
pèr completare in pochi anni entrambi, privatizzazione e
deliberalizzazione? |
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