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da IL SOLE 24 ORE - sabato 28 ottobre 2000

A dieci anni dal primo rapporto sulle privatizzazioni Società Libera presenta oggi il suo bilancio.

Obiettivo centrato sul fronte di concorrenza e finanze ma il controllo societario resta in mano pubblica.
Lo Stato ancora troppo protagonista

Pubblichiamo uno stralcio dell'intervento di Carlo Scognamiglio alla conferenza di Società Libera per la presentazione del Primo Rapporto sul processo di liberalizzazione della società italiana, che si tiene stamattina alle ore 11.30 alla Residenza di Ripetta a Roma. Alla conferenza prenderanno parte il presidente di Società Libera Franco Tatò, Franco Cangini, Giuliano Cazzola, Luigi Compagna, Raimondo Cubeddu, Giuseppe De Vergottini, Stefania Fuscagni, Piergiuseppe Monateri, Ernesto Savona.

DI CARLO SCONAMIGLIO
Il vento delle privatizzazioni delle imprese di proprietà pubblica comincio a soffiare sull'Europa occidentale agli inizi degli anni 80, in conseguenza della nomina della Thatcher alla carica di primo ministro in Gran Bretagna e delle voragini provocate nei bilanci pubblici dalla politica social-laburista delle nazionalizzazioni e dei monopoli pubblici degli anni 50-70. L'Inghilterra prese l'avvio con la British Telecom (novembre 1984), seguirono la Francia (Saint-Gobain 1986), la Germania (Veba 1987), l'Austria, la Spagna, l'Olanda e via via tutti i maggiori Paesi dove già vigeva la regola dell'economia di mercato. L'Italia si mosse in ritardo, ma - per una volta - con metodicità. L'avvio fu dato dal rapporto richiesto dal ministro del Tesoro Guido Carli a una commissione ministeriale da me presieduta (componenti F.A. Grassini, N. Irti, A. Monorchio, M. Sarcinelli), che fu presentato nel novembre 1990. L'analisi e le proposte che vi erano contenute rappresentano uno dei non molto frequenti casi di pianificazione dell'azione di politica economica, perchè in effetti il seguito si svolse in modo coerente con l'azione progettata. L'idea guida del piano consisteva nel considerare che di fronte all'enorme estensione del patrimonio statale nel campo dell'attività economica (Ferrovie, Poste, manifatture eccetera) la privatizzazione dovesse prendere l'avvio superando l'ostacolo pi- facile, per procedere in un secondo tempo ad affrontare quelli pi- difficili, anche in forza del consenso che sarebbe stato creato dal successo realizzato nella prima fase. Quindi fu indicato come strumento preliminare le trasformazione in Società per Azioni di quella parte delle imprese pubbliche che avevano già caratteristiche adatte al collocamento di azioni al pubblico (Enel, Eni, Imi, Crediop, Ina). In effetti questa fu la via effettivamente presa dalla legge successiva dal 1992. Il piano indicava anche chiaramente gli obiettivi che si volevano perseguire: 1) concorrere al risanamento della finanza pubblica, mediante i proventi delle vendite di azioni; 2) allargare il mercato azionario nazionale; 3) favorire l'afflusso di capitali dall'estero; 4) introdurre maggiore concorrenza nella nostra economia di mercato. A questi obiettivi così esplicitati il piano ne associava altri due,cioè:5) eliminare o ridurre l'influenza esercitata dall' "azionista occulto", cioè dalla politica e dal sistema dei partiti sulla gestione delle imprese; 6) creare, con il successo dei collocamenti, l'indispensabile consenso popolare, e quindi politico, per poter affrontare i compiti pi- difficili costituiti dagli storici dissesti delle Ferrovie, delle Poste, e così via. Trascorsi dieci anni si puòo affermare che i primi quattro obiettivi sono stati conseguiti in misura non trascurabile. Sotto il profilo della finanza pubblica i proventi delle cessioni effettuate dal Tesoro (in riduzione del debito pubblico) sono ammontati a 198mila miliardi di lire. Una stima di Mediobanca valuta in 135mila miliardi il valore delle azioni ancora detenute dal Tesoro come residuo dei collocamenti effettuati, il tutto quindi per un importo di quasi 350mila miliardi. Una cifra largamente superiore alla stima che se ne fece dieci anni fa (circa 200mila miliardi) soprattutto in ragione del miglioramento delle tendenze di fondo del mercato di Borsa. Ugualmente si può dire degli obiettivi 2 e 3 (allargamento del mercato di Borsa, e apporti di mezzi finanziari dall'estero). Sul fronte del quarto obiettivo (concorrenza) si puòo registrare la fine del monopolio delle Tlc e significativi progressi nel campo dei monopoli elettrici. Diverse considerazioni si devono purtroppo esprimere per quanto concerne il quinto obiettivo (influenza dell'azionista occulto) e il sesto (successiva privatizzazione dei servizi pubblici diversi dalla telefonia e dalla elettricità). Fatte salve le cospicue eccezioni costituite dalla privatizzazione della Telecom e delle banche di interesse nazionale, l'offensiva contro lo statalismo ha soltanto scalfito la pervasiva presenza dell'azionista occulto nel nostro sistema produttivo, in parte perchè il controllo statale ha semplicemente mutato di abito e di denominazione dei servizi pubblici diversi dalla telefonia e dalla elettricità). Fatte salve le cospicue eccezioni costituite dalla privatizzazione della Telecom e delle banche di interesse nazionale, l'offensiva contro lo statalismo ha soltanto scalfito la pervasiva presenza dell'azionista occulto nel nostro sistema produttivo, in parte perchè il controllo statale ha semplicemente mutato di abito e di denominazione, indossando l'abito dell'azionista di controllo in luogo di quello di proprietario, e trasferendo le funzioni di governo del sistema dal ministero delle Partecipazioni statali e quello del Tesoro. Facendo pari a 100 (ovvero 198miliardi) il totale degli introiti il 53% è stato rappresentato da semplici smobilizzi, cioè da vendita di quote azionarie con il mantenimento del controllo. Cos" una parte rilevante di ciò che furono l'Iri e l'Efim si trova ancora sotto controllo pubblico, così come l'Eni e l'Enel, che rappresentano ben pi- della metà del patrimonio originario degli enti delle Partecipazioni statali. Nella "privatizzazione" del settore bancario pubblico un ruolo rilevante è stato svolto dalle fondazioni derivanti dagli scorpori dettati dalla legge Amato. Tuttavia la governance delle fondazioni è largamente controllata dagli enti locali, e quindi indirettamente ancora dai partiti politici. Un capitolo a parte va riservato alle aziende municipalizzate. Le pochissime cessioni realizzate (Amga, Aem, Acea) hanno sempre riguardato quote di minoranza, quindi non sono classificabili come privatizzazioni. Al contrario alcune fra queste hanno dimostrato un dinamismo espansivo che conduce a estendere in luogo di ridurre, l'estensione della mano pubblica. Quanto all'obiettivo di estendere le privatizzazioni agli altri servizi pubblici, non facenti originariamente parte delle Partecipazioni statali, il che era stato concepito come una Fase 2 del progetto delle privatizzazioni, si puòo ben comprendere che, essendosi solo in parte realizzata la prima fase, la seconda sia ancora una pagina bianca. In conclusione il Piano per le Privatizzazioni, messo a punto dieci anni fa, ha conseguito risultati non disprezzabili, soprattutto dal punto di vista degli introiti. La direzione intrapresa ha mostrato di essere quella giusta, ma nella conduzione del progetto è mancata la determinazione e la continuità necessaria. Dal tempo in cui il progetto fu concepito (1992) si sono succeduti nove differenti Governi con sette diversi presidenti del Consiglio. In questo clima di grande discontinuità non puòo meravigliare che un progetto di così grande rilevanza politica risulti sino a oggi compiuto solo per la metà della metà.

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